Come passa il tempo: sembra ieri che l’inchiesta Mani Pulite faceva saltare, uno dopo l’altro, i capisaldi della società italiana, e invece sono già passati quattordici anni. Quattordici anni in cui c’è stato un gran riempirsi la bocca di espressioni cretine, che hanno avuto gli onori delle cronache solo perché tutti le ripetevano in continuazione. Ripeti oggi, ripeti domani, quelle espressioni cretine hanno acquistato una parvenza di fondatezza che invece non hanno mai avuto: abbiamo così dovuto subire lunghe disquisizioni di menti acutissime sul “consociativismo”, sul “Parlamento delegittimato”, sulla “par condicio”, sul “ribaltone”, sull’“uninominale secca” e, in tempi più recenti, su numerosi “tavoli”, neanche ci fossimo trasformati tutti in mobilieri! L’ultima infamia è “inciucio”, parola orrenda e cretinissima che tutti i media, invece di sopprimere implacabilmente, si sono rimbalzati l’un l’altro con nauseabonda vezzosità. Per far cadere il velo che nasconde l’inconsistenza di questo pensare per formule vuote, il trucco è semplice: basta stendersi sul letto e cominciare a ripeterle a voce bassa, come un mantra. Dopo cinque minuti di “...consociativismo, consociativismo, consociativismo...” si comprende la stupidità assoluta di parole che politici, giornalisti e cointeressati vari ripetono di giorno in giorno senza esercitare alcun senso critico, senza credere veramente nel loro significato e al solo scopo di portare acqua alla causa del proprio mulino. Fin qui sarebbe tutto, tragicamente, nella norma, se non fosse che una locuzione più delle altre ha continuato a martellare in questi ultimi anni le nostre orecchie, le nostre pupille, le nostre menti, senza che nessuno si sia mai sognato di metterla seriamente in discussione: “seconda repubblica”. Seconda repubblica, formula magica che ha spalancato le porte della speranza, del rinnovamento, del riciclo. Che ha giustificato anche i cambiamenti più idioti, i politici più incompetenti, le peggiori sbandate della politica. Seconda repubblica che si è contentata di dichiararsi estranea alla prima per risciacquarsi l’anima e farla così finita una volta per tutte col sistema della corruzione che permeava la gestione della cosa pubblica, con l’intreccio fra politica e mafia, con i mitici “servizi segreti deviati”, con l’inefficienza dei ministeri, con gli sprechi della RAI, con il degrado della sanità. Dobbiamo ringraziare il messia Di Pietro per averci aperto gli occhi, noi che fino al 1992 eravamo convinti di abitare un tranquillo cantone della Svizzera meridionale: grazie al “magistrato più amato dagli italiani” abbiamo scoperto con orrore che la nostra amata repubblica (non ancora “prima”) era inquinata, partitocratica, corrotta e, udite udite, addirittura proporzionale! Abbiamo voluto cambiare. Con un colpo di spugna, con un tratto di penna. Con un nome cretino. Con la Seconda Repubblica. Eccolo il faro che squarciava il buio di Tangentopoli: la repubblichetta bis poteva fare a meno delle “convergenze parallele”, di tutto ciò che si chiamava partito, delle tasse, delle vecchie facce, dei discorsi lunghi e complicati, del sindacato, delle ASL e delle pensioni. Perfino della vecchia DC. Si è pensato di poter ricondurre la gestione di uno stato moderno di cinquantasei milioni di abitanti a pochi, stupidi slogan, si sono eletti parlamentari affetti da un totale analfabetismo, talvolta non solo politico, dimenticando la banale regola che per fare bene un mestiere, un mestiere qualunque, è necessario saperlo fare. Parliamoci chiaro: la politica economica, la giurisprudenza, il diritto costituzionale, la scienza delle finanze sono materie complesse, che si padroneggiano dopo anni di duro studio e apprendistato. E non è più facile saper navigare nei regolamenti parlamentari e in quelli ministeriali, conoscere i rapporti di potere e i meccanismi di funzionamento che regolano entità complesse come la RAI, l’ENEL, le Ferrovie, il sistema bancario, le associazioni di categoria, i sindacati. Nulla di tutto ciò è passato per la mente dei cinquantasei milioni di commissari tecnici che in questi anni si sono buttati entusiasticamente fra le braccia del “nuovo che avanza”, sprecando per un po’ il loro indiscusso valore calcistico: tutti si sono così scoperti abili gestori della cosa pubblica, padroni della finanza mondiale, manipolatori dei rapporti di cambio fra le monete, esperti di regolamenti giudiziari e di antitrust. In questo clima sono maturati orrori politici ben maggiori di quelli che qualche anno fa portarono la signora Staller in Parlamento e il professor Toni Negri all’”evasione legalizzata”. Si è anzi ritenuto che una totale verginità dalla gestione del potere fosse di per sé garanzia di rettitudine e capacità, che l’incompetenza politica fosse una dote preziosa e la capacità di apparire in televisione più importante di qualsiasi barlume di competenza. Purtroppo “natura non fecit saltus”, come più o meno diceva il sommo: molti oggi stanno cominciando a capire che non c’è nessuna seconda repubblica: al suo posto c’è un paese spaccato in due, squassato dall’ingresso in politica di un finanziere che ha stravolto tutte le regole del gioco, che ha cercato di applicare alla politica lo stile monocratico di gestione delle grandi aziende, che ha giocato le carte della persuasione, esplicita e occulta, con una professionalità e una sistematicità che nessun democristiano, socialista, comunista o missino aveva mai prima neanche sognato. C’è un paese ancora sconvolto dalla sparizione di una delle due forze politiche di riferimento del dopoguerra, con i suoi elettori che non sanno più per chi votare. C’è un paese inebetito dal proliferare di tanti partitini senza storia che non trovano il coraggio di dichiarare pubblicamente di essere semplicemente gli eredi dei vecchi partiti laici costretti dallo scandalo tangenti e dalle baruffe tra correnti a rifarsi il maquillage. C’è un paese rassicurato dal fatto che basta cambiare nome per riacquistare la verginità e dimenticare d’un tratto di esser stati fascisti, democristiani, comunisti, e magari di voler continuare ad esserlo, tanto che probabilmente in giro c’è qualche Mario Rossi che spera di non pagare le multe arretrate facendosi chiamare Giovanni Verdi. Questa è l’Italia del 2006, un posto dove neanche le formulette magiche funzionano più, un posto di cui non si possono più varcare i confini causa la perdita del potere d’acquisto degli stipendi, un posto dove non ci sono più idee e opinioni. Un posto dove si è semplicemente pro o contro Berlusconi. Dopo che il buon Tonino ci ha aperto gli occhi su quello che avremmo sempre dovuto sapere e che non abbiamo mai voluto ammettere, sono stati in molti a cercare soluzioni semplici e veloci, che permettessero di uscire dall’incubo in fretta e senza troppe grane. Prima ci hanno provato coi referendum ovvero “il trionfo della democrazia diretta”, poi è stata la stagione dello sciopero fiscale e dell’Italia tripartita della premiata ditta Bossi, infine della assai più raffinata invenzione di Forza Italia, con tanto di canzoncina, messaggi rassicuranti virati seppia, coccarda di rito. Fino ad arrivare all’abominio dei “poli”, autentico tradimento di quel maggioritario che ci avevano raccontato essere la soluzione di tutti i mali, e in realtà bieco accrocco nel più puro stile proporzionale, in cui la spartizione delle poltrone si fa prima delle elezioni invece che dopo. Perché è successo tutto ciò? Perché nel febbraio del 1992, quando si consumavano gli ultimi giorni dell’era pre-Tangentopoli, gli italiani avevano raggiunto tutti, chi più chi meno, un sordido benessere piccolo-borghese. Di politica nessuno aveva voglia di sentir parlare e quindi Craxi e Andreotti andavano più che bene. Siamo in fondo sempre stati un popolo di ignavi, di egoisti, fin da quando Guicciardini metteva in guardia dai pericoli del “particulare”: le prese di posizione non hanno mai avuto fortuna in un paese in cui tutti, alla domanda “per chi hai votato”, rispondevano invariabilmente che “il voto è segreto”. Siamo un popolo di centristi per mancanza di altre vocazioni, vogliamo la libertà di passare col rosso, di comprarci la macchina grossa facendo rate a strozzo, di apparire più del nostro vicino. E infine di non muovere un dito se questi sta crepando. Per questo abbiamo avuto cinquant’anni di DC e relativo corollario di partitini di cui, per inciso, nessuno credo abbia mai capito il programma. Cinquant’anni, e ne avremmo voluto altri cinquanta così se non fosse arrivato Tonino a raccontarci l’amara realtà. In questo paese si è ormai visto di tutto, perfino i presentatori televisivi al governo, ma niente di questo tutto è bastato a mettere le cose a posto. Nessuno si faccia illusioni: l’Italia avrà bisogno di molti anni per uscire dalla crisi di identità e di coscienza in cui è precipitata. Molte intelligenze, molte persone serie dovranno cimentarsi nel delicato compito di ricostruire, o forse di costruire veramente per la prima volta. Sarà una guarigione lunga perché la malattia è stata severa. Nessuno faccia l’errore di pensare che l’aspirina cura il cancro.
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