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Alitalia, la vittoria dei cretini Stampa E-mail
di Hugo Fast   
giovedì 03 aprile 2008
I fatti: nel pomeriggio del 2 aprile 2008 si consuma la rottura tra sindacati e vertice di Air France, riuniti per discutere la trattativa Alitalia. Il presidente e AD della compagnia francese, Jean Cyril Spinetta, rifiuta la proposta di assetto della compagnia di bandiera avanzata dai sindacati e, nel farlo, compie il plateale gesto di alzarsi dal tavolo. Poco dopo, l’AD di Alitalia Maurizio Prato si dimette.

Avevo già avuto modo di dire un paio di mesi fa su Kondoria che i dipendenti di Alitalia e i sindacati che li rappresentano o dicono di rappresentarli, sanno solo dire di no, anche a costo di far avanzare sempre di più la Società verso il baratro finanziario e quindi di distruggere i loro stessi posti di lavoro: dei veri geni! Ma la verità è che molti dipendenti di Alitalia hanno adottato comportamenti incoscienti da diversi decenni: chi lavora nel trasporto aereo sa che le condizioni concesse a piloti e assistenti di volo della nostra compagnia non hanno e non hanno praticamente mai avuto eguali nelle altre aviolinee, e non parlo dell’Air Congo ma degli altri principali vettori aerei occidentali. 

Con una struttura dei costi fortemente penalizzante, Alitalia è andata avanti a perdere miliardi su miliardi, anno dopo anno: nessuno sembrava preoccuparsene troppo perché alla fine lo Stato ripianava sempre i conti, e avanzavano anche abbastanza monetine per gli stipendi esorbitanti dei vari AD che si sono succeduti in questi anni conseguendo risultati oscillanti tra il mediocre e il disastroso. Ma andava bene a tutti: ai dipendenti, che volevano continuare a godere di stipendi e privilegi fuori mercato; ai partiti, che tramite la Società distribuivano incarichi e appalti; e in fondo anche agli elettori e ai capopopolo, che su questa materia non si sono mai mobilitati.

Da un lato la procedura di privatizzazione iniziata a fine 2006, e dall’altro l’impossibilità di mantenere in piedi Alitalia anche solo per pochi ulteriori mesi con l’attuale andamento del conto economico, hanno fatto esplodere la situazione: dopo che la gara ha individuato tre pretendenti all’acquisto della compagnia, e che alla data del 21 dicembre 2007 di questi tre è rimasta in gara la sola Air France, sono iniziate le grandi manovre del “fronte del no”: i sindacati hanno avanzato controproposte inaccettabili per i francesi e per qualunque imprenditore aereo di buon senso, i piloti hanno dichiarato che “a questo punto, meglio il fallimento” (!!!), mentre la Regione Lombardia e chi per una convenienza o l’altra la sostiene, hanno detto no a quel declassamento dello scalo di Milano Malpensa che il piano francese avrebbe comunque comportato. Ecco, fermiamo un attimo il ragionamento sugli altri argomenti e concentriamoci su Malpensa: nelle opinioni di chi scrive (e lo dico non da oggi, ma da dieci anni!), un aeroporto così non sarebbe mai dovuto sorgere. Troppo grande, troppo lontano dal centro di Milano e soprattutto ridondante rispetto ai fabbisogni di trasporto aereo di un Nord Italia che può contare anche sugli scali di Torino, Genova, Milano Linate, Bergamo, Verona, Treviso, Venezia, Trieste e Bologna, molti dei quali con un importante traffico internazionale di charter e compagnie low-cost (l’unico comparto del trasporto aereo a crescere in questi anni). Ma questi problemi, pur gravissimi, non sono stati fatali per Malpensa: fatale è il fatto che se ne è voluto fare il secondo hub internazionale e transcontinentale d’Italia, dopo quel Roma Fiumicino che è sempre stato la base dei voli a lungo raggio di Alitalia. È il solito difetto di noi italiani: pensiamo di essere più furbi degli altri, e invece siamo i più fessi della covata. Basta guardare a Francia, Germania e Gran Bretagna per notare che, con gli aeroporti di Parigi, Heathrow e Francoforte, hanno ciascuno un solo vero hub internazionale. Ecco, il problema è questo: economie più floride e nazioni più baricentriche sullo scacchiere europeo di noi hanno un solo hub, ma noi volevamo averne due, senza tenere in conto che Fiumicino e Malpensa messi insieme hanno meno passeggeri/anno rispetto al solo Londra Heathrow. Per forza, siamo i più furbi… E i costi? Echissenefrega! L’importante per Berlusconi era far contenta la Lega, e per Prodi recuperare lo smottamento di voti che da anni patisce al Nord.

Ecco, con l’abbandono di Alitalia al proprio destino avvenuto oggi da parte di Air France, vincono tutti i cretini: quei dipendenti che hanno creduto di perpetuare in eterno i loro privilegi senza che mai arrivasse il giorno della bancarotta; quei sindacati che hanno pensato che la corda della trattativa con Air France si poteva tirare all’infinito senza spezzarla; quegli “strateghi” della politica locale e del trasporto aereo che hanno scommesso sul futuro di hub di un aeroporto che hub non è mai stato, e non sarà mai.

Cosa succederà domani, non lo so: probabilmente alla fine i fili con i francesi si riannoderanno, i privilegi continueranno (magari in misura minore) e Malpensa verrà tenuta allo stato attuale di occupazione con accordi rocamboleschi e fantasie contabili. Probabilmente i cretini vinceranno davvero, insomma. In fondo, siamo in Italia: si paga un po’ per uno (con le tasse, che domande!), si ingoia il rospo e si spera che quando sarà il nostro posto di lavoro a essere messo in gioco (fabbrica, poste, banche, pubblico impiego, non importa cosa…), ci verranno riservate le stesse attenzioni dei piloti. Si chiama connivenza.

Ma così, un paese da 59,5 milioni di abitanti non può andare avanti in eterno: non credo che sia un concetto particolarmente difficile, eppure sembra che nessuno lo afferri…

 

 

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  Commenti (1)
1. Sconto al lato
Inviato da Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo website, il 27-05-2008 19:26
Come cittadino italiano all\'estero usufruisco d\'un sconto aereo Alitalia, Venezia Parigi a \"solo\" 800 Euro (sic).

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