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I Tarocchi della crisi di governo Stampa E-mail
di Giorgio Galorno   
sabato 26 gennaio 2008

Le crisi di governo in Italia sono all’ordine del giorno, ma quella che si è appena aperta è ingarbugliata e di assai difficile soluzione. Per risolverla, bisogna percorrere tutte le strade e noi di Kondoria abbiamo provato a “fare le carte” con questa pregevole mano di Tarocchi…

 

Clemente Mastella13 – L’impresentabile
Povero Clemente Mastella: per mesi è stato oggetto di polemiche, lazzi, attacchi alla sua persona, alla sua famiglia e al suo operato ministeriale. Mastella purtroppo non possiede il physique du role dell’inattaccabile, anzi: gli occhi bovini, la passata militanza democristiana, il trasformismo (era nel primo governo Berlusconi del 1994), i continui sospetti di alimentare un giro di clientele nel suo bacino elettorale e la provenienza stessa da un comune che oggettivamente non ha il nome più bello del mondo (Ceppaloni), e che facilmente si presta a facili ironie, ne hanno minato gravemente l’immagine. Ma non debbono essere queste cose a rendere impresentabile Mastella in un Paese democratico, quanto piuttosto due fatti che hanno rilevanza con la crisi: il primo è che il leader dell’UDEUR, quando la moglie è stata messa ai domiciliari, ha preteso che Prodi gli manifestasse solidarietà. Ma non quella solidarietà ingenua fatta di parole che il Professore gli ha tributato tardivamente in Senato, quanto una solidarietà “concreta” che avrebbe dovuto tradursi in un’azione tesa a censurare, a fermare in qualche modo i magistrati che indagavano sulla Signora Lonardo. E il secondo, che è ragionevole pensare che Mastella non abbia esitato a sfasciare la maggioranza anche per un altro motivo ancor meno confessabile, e cioè che si stava profilando all’orizzonte l’accordo per fare una legge di riforma elettorale che avrebbe potuto ridimensionare di molto il suo partito: tanto valeva quindi giocarsi il tutto per tutto innescando una crisi che con molte probabilità avrebbe portato alle elezioni anticipate e quindi al blocco di ogni tentativo di riforma elettorale. Ecco, quando un politico non si fa scrupolo a bloccare un Paese per ragioni personali, quando antepone gli interessi di partito a quelli della nazione, quando sa bene che le elezioni paralizzeranno ogni eventuale azione di risanamento dei conti e di recupero di competitività ma se ne frega, bene, in quel momento un politico diventa impresentabile all’elettorato. Che sia originario di Ceppaloni o della Val d’Aosta, non ha nessuna importanza.

Walter Veltroni77 – L’incapace
Una cosa è amministrare un Comune, ancorché enorme come quello di Roma, e una cosa è fare il leader di partito. Di un partito, oltretutto, che non sarebbe mai nemmeno dovuto nascere, visto che cerca di far coesistere al suo interno due storie, due vite passate incompatibili e anzi antitetiche come furono quella comunista e quella democristiana. Del resto, la sensazione è che Veltroni sia diventato segretario del PD un po’ perché i precedenti leader di quella parte (Prodi, D’Alema, Rutelli, Fassino) se li erano già bruciati tutti, e un po’ perché all’eliminacode della politica ormai era venuto il turno del suo numero. La strategia di Veltroni è confusa e priva di una vera e propria linea che non stia nella vuota enunciazione di concetti come progressismo e kennedysmo (che peraltro nessuno ha mai capito cosa volesse dire…), esattamente come è confusa la pettinatura disordinatamente arruffata a coprire la stempiatura del sindaco di Roma. Parafrasando Crozza, Veltroni sarebbe capace di dire qualcosa come “Fuori i negri dall’Africa” che subito molti dei suoi applaudirebbero, senza peraltro capire se la frase era pro o contro qualcuno o qualcosa. E infatti la crisi di governo si è innescata anche su un pastiche di sfortunate e malaccorte dichiarazioni del Segretario, che prima sostiene varie e successive bozze di riforma elettorale che avrebbero tagliato fuori i piccoli, poi ha la genialata di annunciare che alle prossime elezioni correrà da solo (ma quali elezioni??? Quando ha pronunciato questa frase non c’era ancora nessuna crisi all’orizzonte e le elezioni politiche restavano fissate per il 2011…), e infine sostiene di volere un Prodi forte quando invece tutte le sue azioni precedenti hanno avuto solo l’esito di indebolirlo. Veltroni ha dimostrato di non avere polso e visione strategica, e di non riuscire a pilotare con lucidità un partito strutturalmente debole come il PD e con dentro di sé sin dalla nascita i potenziali germi di una scissione.

Silvio Berlusconi 3 – Il miracolato
Silvio Berlusconi ha condotto le campagne elettorali del 1994 e del 2001 con una forza mediatica e politica irresistibili, ma dopo la sconfitta del 2006 sembrava un po’ appannato: l’età più avanzata, il non essere abituato a perdere, il venir meno dei fattori di novità e di non appartenenza allo stanco teatrino della politica che ne avevano decretato il successo in passato, rendevano la figura di Berlusconi assai meno “appealing”, per l’uomo della strada come per i suoi alleati più turbolenti. Si era dimostrato che anche Silvio poteva perdere, e quindi che forse non era più indispensabile. Lui, da uomo e comunicatore intelligente com’è, se n’era reso conto e aveva risposto con espedienti mediatici come la Brambilla prima e il Popolo delle Libertà poi, ma l’occhio allenato di qualsiasi commentatore politico non faceva difficoltà a scorgere che la proposta di Berlusconi aveva perso smalto e compattezza. Insomma, Silvio in alcuni momenti sembrava avviato verso il viale del tramonto: adesso invece il centro-sinistra gli fa questo bel regalo di una crisi autogenerata e il vecchio leone torna a ringhiare con orgoglio, energia e baldanza: sconfessa immediatamente il Popolo delle Libertà perché adesso non c’è più bisogno di trucchetti per stare ancora sulle prime pagine dei giornali, chiede a gran voce elezioni subito e torna con le solite formulette numeriche che tanto piacciono alla gente semplice: i primi 100 giorni di governo, i primi 10 provvedimenti, cinque anni di prigione per chi fa intercettazioni… Come chi si risveglia da un coma, anche il Cavaliere deve sentirsi oggi un miracolato.

Romano Prodi 10 – L’impalato
Romano Prodi può piacere o non piacere politicamente, ma gli va dato atto di aver affrontato i venti di crisi della sua maggioranza nel modo tecnicamente più lineare e corretto: dopo che il Parlamento gli aveva dato la fiducia, Prodi ha preteso che fosse lo stesso Parlamento a revocargliela, ricordando a tutti che viviamo (ancora…) in una democrazia parlamentare e non a Porta a Porta. Di più, con quel passaggio tecnico che obbligava all’appello nominale, Prodi ha fatto in modo che ciascun parlamentare si prendesse davanti al Paese la responsabilità di promuovere o affondare il suo governo, senza permettere che la sfiducia nascesse in forma anonima nelle segreterie politiche, a causa di un articolo di giornale o all’interno di un congresso di partito come succedeva in passato. Naturalmente, in questa repubblica di banane e bananieri un gesto del genere non poteva che tradursi in disfatta, e la gran parte dell’opinione pubblica abituata al livello di discussione politica proprio dei Vespa, dei Fede e dei Mimun non ha compreso questa lezione di diritto costituzionale del Professore.
Che è stato impalato senza tanti complimenti.


Gianfranco Fini 23 – Quello che aspetta
Da bravo ex-missino, Gianfranco Fini è assai più abituato del suo alleato Berlusconi a stare all’opposizione e così ha preso con molta più filosofia la sconfitta elettorale del 2006. Nel frattempo si è separato, ha fatto una figlia, ha detto che la maggioranza prima o poi sarebbe implosa su se stessa: insomma, si è tenuto occupato e ha fatto la parte di quello che aspetta. Ha aspettato tra l’altro anche di vedere cosa accadeva del carisma di Silvio, di vedere se le elezioni perdute ne avevano messo in crisi la leadership e di capire se al centro c’era qualche tentativo di ricomporre la DC che, in quel caso, sarebbe stato da rintuzzare. Insomma, si è seduto sulla sponda del fiume e ha fatto la parte di quello che attende di veder passare il cadavere del centro-sinistra: i fatti gli hanno dato ragione e oggi la sua gestione politica, pur talvolta criticata dalla base di AN, da Storace e dalla Mussolini perché venata di progressismo, è più forte che mai.

 

Umberto Bossi 54 – Il sinistrato
Nella sua lunga carriera politica Umberto Bossi ha sempre usato un gergo folkloristico e assai lontano dal politichese medio, col frequente rischio di sconfinamenti nel cabaret dadaista. Qualche anno fa una malattia (di quelle brutte, che non si augurano nemmeno ai peggiori nemici e che vanno rispettate) ha in parte intaccato le capacità di parola di Bossi, col risultato che adesso i suoi discorsi sembrano ancor più confusi di prima. Quando, l’altro giorno, i suoi colleghi politici discutevano chi di maggioranze alternative, chi di governi tecnici, lui se n’è uscito farfugliando “Se non si va al voto ciapum el canun … Ci mancano un po' di armi, ma quelle le troviamo”. Vista la situazione, anche del Paese, noi suggeriremmo a Bossi una maggior sobrietà per il futuro.
 
 
 
 

Tommaso Barbato 41 – L’attore
Prima del pomeriggio di giovedì 24 gennaio 2008 solo gli addetti ai lavori conoscevano il nome di Tommaso Barbato, senatore dell’UDEUR, ma la sua reazione alla dichiarazione di voto del collega Cusumano ne ha proiettato l’immagine su tutti i giornali e telegiornali. Barbato ha dato un’eccellente prova da attore  di commedia dell’arte, di interprete di sceneggiata napoletana, con tanto di urla e gesti folkloristici degni dei festeggiamenti del Santo Patrono. Non sappiamo se il senatore Barbato avrà posto anche nella prossima legislatura: il programma politico dell’UDEUR non pare contenere spunti di particolare progresso per il Paese e le azioni parlamentari di Barbato non sono state di quelle che lasciano il segno. Con queste premesse è difficile chiedere il voto degli elettori, ma come dimostrano le recenti inchieste giornalistiche il radicamento dell’UDEUR sul territorio sembra elevato. In ogni caso, se la corsa al seggio andasse male, un futuro alla De Filippo (Peppino, non Eduardo…) non dovrebbe sfuggire al senatore campano.

Nino Strano 26 – L’elegantone
Anche Nino Strano non è uno dei senatori più in vista di questa legislatura, ma quando il presidente Marini ha dichiarato la bocciatura del governo Prodi dai banchi di AN (cui Strano appartiene) si è levato il tripudio: il suo collega Gramazio ha stappato una bottiglia di champagne, ma Strano ha voluto fare di più e ha cominciato a ficcarsi in bocca della mortadella alla salute di Prodi. Il Senato della Repubblica, ovvero il più alto sito del potere legislativo democratico in Italia, è stato così onorato di tale comportamento. Strano ha evidentemente voluto compensare con un gesto plateale e di grande visibilità la sua finora misera attività parlamentare: solo tre Disegni di Legge come primo firmatario (Istituzione del Ministero per le politiche del turismo, Nuova disciplina in materia di case da gioco, Nuove norme in materia di detenzione e trasporto delle armi antiche) non erano evidentemente sufficienti a giustificare gli emolumenti, che per i senatori valgono 11.254, 13 Euro al mese (5.613,59 Euro di indennità parlamentare, 4.003,11 Euro di diaria e 1.637,43 Euro di rimborso delle spese per lo svolgimento del mandato parlamentare, e senza voler tener conto dei rimborsi viaggio e per spese telefoniche ulteriormente corrisposti. Fonte: sito del Senato) .
Da piccoli, i nostri genitori ci dicevano di comportarci bene in pubblico, di stare “composti”, ma al senatore catanese nessuno deve aver mai insegnato niente del genere: strano…

Beppe Grillo 45 – L’intortato
“Piatto ricco, mi ci ficco!” deve aver pensato Beppe Grillo allo scoccare della crisi di governo: riconosciuto come oracolo da una generazione di blogger che se solo avessero vent’anni di più voterebbero convintamente Berlusconi, Grillo ha avuto un momento di notevole popolarità col V-Day dello scorso settembre, ha provato a se stesso e al Paese che riesce a riempire le piazze ed ora sente troppo forte la tentazione di usare politicamente questo potere mediatico per riuscire a resisterle. Se il governo non fosse caduto, se ora non si aprisse il concretissimo scenario di elezioni anticipate, Grillo non avrebbe trovato un pertugio per irrompere tanto presto sulla scena della politica “vera”, quella che si fa presentando le liste elettorali e, possibilmente, facendosi eleggere da qualche parte. Ma siccome alle elezioni, quest’anno o l’anno venturo ci si va eccome, ecco l’annuncio ufficiale del 24 gennaio 2008: “Da oggi il blog fa politica attiva”. Buona fortuna a Beppe Grillo, e un augurio affinché usi il suo notevole potere mediatico nella direzione giusta.

Valerio Staffelli 38 – Lo sciacallo
Quando le luci della ribalta si fanno più vivide, anche le comparse si spingono verso il centro della scena, sperando che qualche raggio residuo le illumini per un microsecondo. Così deve aver pensato di fare anche Valerio Staffelli che la sera della crisi era in piazza Colonna, col suo solito tapiro sulle spalle ma un vestito da pinguino addosso. Staffelli non mi è mai stato simpatico col suo modo di fare che, dietro una finta aria da vittima sacrificale, è sempre strafottente e aggressivo, ma almeno qualche anno fa poteva portare con sé il lasciapassare della novità. Ora invece l’immagine dei Tarocchi ci consegna un ometto che recita per l’ennesima volta una commedia meschina e che non fa nemmeno ridere, cercando di beccare la sua microfetta di popolarità all’interno di un evento assai più grande di lui, esattamente come lo sciacallo arriva a sbocconcellare i miseri resti delle gazzelle sbranate dai leoni, dalle vere fiere. Oggi Staffelli e il suo “mandante” Antonio Ricci fanno a pieno titolo parte di quell’establishment che sembrano voler combattere, e per di più della sua parte meno nobile: è ora di passare la mano.
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