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Italia, il Paese che non c’è Stampa E-mail
di Hugo Fast   
giovedì 24 gennaio 2008
Bettino Craxi (da Internet)
Mentre l’ennesimo governo della Repubblica sta saltando per aria a causa di motivazioni che nulla hanno a che fare con l’interesse dei cittadini, viene spontaneo dire una banalità come “Si stava meglio quando si stava peggio”. Ma cioè quando? Negli anni ’80, per esempio: durante il periodo dei governi Craxi c’era un diffuso ottimismo nel paese, trionfava il modello rampante della “Milano da bere” (in realtà fortunatissimo slogan inventato da una pubblicità dell’Amaro Ramazzotti), si diceva che eravamo diventati la quinta economia mondiale a pari merito con la Gran Bretagna e finalmente i tentacoli della Democrazia Cristiana si erano allentati attorno ai dicasteri-caposaldo (Interni e Istruzione, soprattutto) che fin dal dopoguerra non aveva mai mollato grazie all’investitura americana di partito-baluardo contro il comunismo.
Si respirava un’aria progressista e laica, con un paese che puntava realmente a crescere e a modernizzarsi, dopo che tutto il periodo della ricostruzione e del boom economico era stato speso ad evolvere dalla precedente Italia sostanzialmente rurale e paesana.
So già che molti mi daranno del pazzo nel leggere queste righe: negli anni successivi Craxi è stato dipinto come il politico più corrotto della storia repubblicana, e il periodo degli ’80 viene ricordato come quello in cui una gestione troppo allegra del debito ha posto le basi di una crisi della finanza pubblica che paghiamo ancora oggi.

Ma questa è solo una parte della storia, ed è frutto della tendenza manichea che molti hanno a dividere banalmente tra “bene” e “male”: ci furono anche l’abbassamento dell’inflazione dal 16 al 5%, la crescita dei salari e del potere d’acquisto, la ripartenza della macchina industriale, la guerra alla micro-evasione fiscale con l’introduzione dello scontrino fiscale obbligatorio, il nuovo Concordato con la Santa Sede che ridimensionò il ruolo del Vaticano sulla società italiana.

In ogni caso, queste righe non vogliono essere certo un’estemporanea celebrazione di Craxi e del suo periodo d’oro, ma piuttosto un’occasione per ricordare un periodo in cui le cose in Italia sembravano cominciare a muoversi e a progredire dopo decenni di immobilismo sociale e culturale. Non siamo mai stati un popolo di leoni, diciamoci la verità, ma si poteva scorgere allora una netta volontà di rialzare la testa, di prendere per la coda il tram del progresso tecnologico ed economico cercando di tener botta con gli USA e le più forti economie europee, di riformare e svecchiare una società fino ad allora troppo appiattita sull’alta borghesia laica da una parte, e sulle gerarchie cattoliche dall’altra.

La lite pecoraro Scanio/Casini a Ballarò del 22/01/08L’Italia di oggi è tutt’altra cosa: è un paese sfiduciato, ottuso ed egoista, in cui ognuno riesce a pensare solamente a sé. Anche la crisi delle nascite, che ci affligge già da un paio di decenni, è il frutto della mancanza di prospettive, di aspettative e speranze per il futuro, di un senso sempre più forte di chiusura in se stessi. Abbiamo sostanzialmente abbandonato la ricerca tecnologica, sia a livello accademico che a livello industriale, e non abbiamo più uno straccio di competenza in settori come l’informatica e le TLC. Per il nostro antico vizietto di non voler mai fare una vera e propria scelta di campo, nell’energia abbiamo “scelto di non scegliere” e così prima abbiamo buttato nella pattumiera tutto quel poco di investimenti ed esperienze nel nucleare che avevamo e poi non ci siamo nemmeno impegnati nelle energie alternative e nel risparmio energetico. L’istruzione non è mai stata riformata, col risultato che ancor oggi si insegna nelle scuole una cultura vecchia e polverosa, e sempre con minor convinzione: mandiamo a memoria i soliti passi di Dante e Alessandro Manzoni, ma non sappiamo cos’è la Costituzione, la differenza tra Governo e Parlamento, qual è il significato degli indici borsistici che pure la televisione ci propina ogni giorno, o come si fa a far funzionare un computer. Raccomandazioni e baronie continuano a essere lo strumento di accesso a interi settori del mondo del lavoro: la diffusione di queste piaghe nella pubblica amministrazione è altissima, ma anche la grande industria privata non ne è affatto esente. Col risultato che medici disattenti e cialtroni ammazzano gente in sala operatoria o la lasciano morire di indifferenza nei corridoi del Pronto Soccorso, dirigenti inetti non prendono mai nessuna decisione, non avviano nessun progetto ma pensano solo a costruire prove a loro discolpa, tecnici incompetenti progettano autostrade sbagliate, treni sbagliati, automobili sbagliate.
 
Manifestazione della CdL (foto Emmevi, da Internet)

 La televisione commerciale italiana ha avuto una grossa responsabilità in queste cose: si è comportata come un genitore incosciente che, pur di far star buoni i propri bambini, li bombarda solo di cioccolato e patatine fritte, ovvero, fuor di metafora, ha mitragliato gli italiani con trent’anni di varietà vuoti e soprattutto trasmissioni che hanno insegnato e istituzionalizzato le tecniche dell’irrisione dell’avversario, dell’aggressione verbale, del colpo basso come normale strategia di discussione. Se volete qualche esempio basta andare da “Striscia la Notizia” a “Le Iene”, dai salotti di Giuliano Ferrara dei primi anni ’90 alle urla sguaiate e cariche d’odio e bile di Vittorio Sgarbi,  fino ad arrivare ai massacri tra coniugi del “C’eravamo tanto amati” di Barbareschi e alle risse tra “amici” organizzate da Maria De Filippi: se oggi Romano Prodi viene attaccato dai suoi avversari del centro-destra chiamandolo “mortadella” invece che per la sua azione di governo, è perché il linguaggio di “Striscia” è passato dalla televisione alla politica, e la gente trova  questo modo di fare perfettamente normale. Intanto i nostri idoli televisivi sono ancora Celentano e l’ex-giovane Fiorello, ovvero la quintessenza del qualunquismo elevato a stile di vita: va bene intrattenere e far ridere, ma la cosa mi piace meno se dietro sento sempre un’aria di conformismo, di finta alternativa che cela una vera e passiva acquiescenza verso i poteri forti, di irrisione permanente all’originalità e a chi ne è portatore. Credetemi, c’è una grande continuità di pensiero tra avere Fiorello in televisione e Mastella in Parlamento…


Fiorello con Marco Baldini (da Internet)È tornato il disimpegno, la confusione, il panico per una crisi economica che negli altri paesi ha avuto andamenti altalenanti (come del resto prevede la teoria macroeconomica), ma che da noi in quindic’anni non ha mollato un attimo. L’azione politica di tutti i governanti della cosiddetta “Seconda Repubblica” è stata quasi sempre cerchiobottista, con nessuna voglia di fare interventi strutturali nei settori delle pensioni, della sanità, della pubblica amministrazione, delle infrastrutture di trasporto e di telecomunicazione, e questo per paura di pagare in termini elettorali lo scotto di decisioni che non sono più rimandabili. I cittadini si sono adeguati presto: tutti dicono che non si può andare avanti così, ma nessuno è disposto a fare nulla o a rimettere un centesimo del proprio per cambiare le cose. Esemplare il caso dei rifiuti in Campania: la Camorra da un lato e l’ignavia dei pubblici amministratori dall’altro sono sicuramente colpevoli dello sfacelo che vediamo ogni giorno in televisione, ma molte colpe le hanno anche cittadini miopi e ignoranti che hanno sabotato la raccolta differenziata sperando poi di avere dall’emergenza qualche posto di lavoro in più, che hanno bloccato di fatto la costruzione di discariche e inceneritori nei propri comuni (“fateli dove volete, ma non a casa mia!”), che oggi sbraitano e aggrediscono le forze dell’ordine, non sanno neanche loro cosa vogliono e finiscono per scegliere la soluzione peggiore per se stessi che è quella di bruciare i rifiuti per strada. Questa gente sa solo dire no: tutti sanno solo dire no, e anche piloti e steward di un’Alitalia al completo collasso hanno finora solo saputo dire no a ogni ipotesi di risanamento della loro azienda, pur nella consapevolezza che ogni giorno di sciopero in più avrebbe portato a un altro paio di milioni di Euro di perdite. Tanto c’era la certezza che alla fine il Tesoro ripianava i conti…

In questo paese manca l’impegno, la coscienza civica e civile, la solidarietà tra cittadini: l’obiettivo di tutti è metterla in culo agli altri ottenendo un ruolo al Grande Fratello o facendo 6 al SuperEnalotto. E se il colpaccio non riesce, di garantirsi un posto a vita in qualche Ente grazie alla raccomandazione del solito assessore o cardinale. In questo clima di cecità collettiva, la maggioranza delle persone non ne vuol sapere di rimboccarsi le maniche, ma preferisce “non pensare” e aspettare che arrivi l’uomo del miracolo. 

Beppe Grillo e Silvio Berlusconi (da Internet)

 Si chiami Silvio Berlusconi o Beppe Grillo, fate voi.

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  Commenti (1)
1. spazzatura e nichilismo
Inviato da Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo , il 12-02-2008 18:40
Vedo nella situazione della spazzatura a napoli solamente il risvolto pratico del pensiero nichilista,il napoletano nn crede piu a nulla anche s.gennaro e solo tradizione e folklore.Per la prima volta nel corso della storia un popolo ha modo di sperimentare linsostenibile leggerezza dell'essere.La cosa triste è che nessuno ha cercato di dire ai napoletani che ormai hanno gettato lo sguardo nell'ultimo baratro ed è ora di cambiare prospettiva costruire una nuova consapevolezza,una nuova morale.

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