Il nome Righeira e la loro top-hit Vamos A La Playa sono indissolubilmente legati ai primi anni ’80, quell’epoca che tutti coloro che sono per i buoni sentimenti e il politically correct (ovvero il 90% dei giovani tra i 20 e i 30 anni…) bollano con disprezzo come “cazzara” senza sapere nemmeno perché. In realtà gli anni ’80 hanno segnato una forte e salutare cesura tra tutto ciò che era venuto prima (“Compagno, nella misura in cui…” e quelle stronzate lì) e ciò che è venuto dopo (la riscoperta dello Zen, il rock psichedelico, il crollo di un sistema mondiale bipolare che si reggeva in un equilibrio migliore dell’attuale, la legge Biagi, la China-invasion…). Per questo gli ‘80 sono anni scomodi, ma vi posso assicurare che in realtà erano anni fantastici: ci si lasciava finalmente alle spalle l’oscurità di due guerre mondiali, le difficoltà della ricostruzione e il buio delle crisi politiche economiche e politiche dei ’70, e si ricominciava a guardare con speranza al futuro, alle allora emergenti tecnologie informatiche, a una nuova arte figurativa (il nome Keith Haring dice niente???), a una nuova tendenza musicale (la nascita di techno-pop, electro-wave, italo-disco), a nuovi look fatti di capelli corti e finalmente scolpiti e modellati col gel, in opposizione a blede e baffoni dei decenni precedenti.
Roberto D’Agostino, con i suoi interventi dadaisti e dandy all’interno di “Quelli della notte” di Renzo Arbore, introduceva le masse al concetto di “edonismo reaganiano”, ovvero l’unica corrente politica cui un nihilista possa aderire facendosi bellamente beffe di destra e sinistra. Ecco, qui è il punto! L’edonismo reaganiano non era quello che ottusamente Wikipedia definisce “una "legge della giungla" economica, in cui non c'è spazio per la solidarietà sociale e la competizione per emergere, economicamente e quindi socialmente, è senza esclusione di colpi”. No, questa è una lettura sessantottina e profondamente miope: l’edonismo reaganiano era una sorta di gioco sociale fatto di ironia e autoironia, irrisione in qualche modo strafottente ma giovanilmente sincera e candida di tutto quanto era venuto prima, di speranza per un futuro meno oppresso dall’ideologia e più orientato al bello, al divertimento, allo stare bene.
A un certo punto arrivarono i due “fratelli” Righeira a dare voce a questi stati d’animo: senza pregiudizi ideologici, seppero traslocare in un attimo dai circuiti underground e post-punk all’ambiente delle major, delle televisioni nazionali, delle grandi ribalte popolari. Portarono con sé solo un pugnetto di idee eversive e spettacolari, i tipici tagli di capelli spigolosi dell’epoca e un dress-code di evidente derivazione wave. Alla fine, era il 1983, shakerarono tutto con una canzoncina elettronica apparentemente banale ma in fondo anche no, e fu il botto! Certo, due tizi che cantano dentro un orologio digitale con antennina telescopica un po’ cazzari lo sono, ma anche quello era un mix di irrisione, anticipo della tecnologia (i Righeira hanno inventato l’UMTS???) e voglia di rappresentare il futuro. E il testo della canzone, che parla di un’esplosione nucleare che in fondo lascia la spiaggia più bella (“al fin el mar es limpio/no mas peces reeiondos/sin agua fluorescente”), non anticipa forse quello che avrebbe detto la Pravda nel 1985, pochi giorni dopo il disastro di Chernobyl (“dopo l’esplosione il pane è anche migliore”…)??? Insomma, i Righeira costituivano certamente il lato più popolare di quel fermento musicale che passando per il punk e poi la new wave alla fine era arrivato anche in Italia, ma portavano comunque i geni dell’innovazione e della visionarietà insieme a una pattuglia di altri più o meno ex-punkettari come Enrico Ruggeri, Ivan Cattaneo e Raf: ricordiamoci che all’epoca l’alternativa erano Al Bano e Romina Power che cantavano Felicità!
 Anno Domini 2007, un quarto di secolo dopo, i Righeira tornano con Mondovisione, sorta di concept-album dedicato allo strapotere mediatico della televisione e al deterioramento sociale dell’Italia del ventennio Mediaset. I soliti bimbi saputelli e buonisti, che nel 1983 erano in fasce e che sono convinti che Bjork sia una grande artista solo perché canta stonando in continuazione, sputtanano immediatamente Mondovisione come il ritorno di due tvrbo-cazzari che nel frattempo hanno messo su pancia e non si sono accorti che il mondo è cambiato. A questa lettura del disco, noi di Kondoria rispondiamo in modo semplice e diretto: non avete capito una sega! Mondovisione è un pregevole disco di electro italiana, profondamente agganciato alle sonorità Eighties e a una sensibilità molto kraftwerkiana. È un disco della maturità, musicale e umana, che pur correndo sulla linea generale di leggerezza da sempre associata al marchio Righeira, evita accuratamente le banalità e i luoghi comuni per lanciarsi invece in una serie di considerazioni sociologiche pesanti come mazzate e drammaticamente vere. La scelta di La Musica Electronica come singolo apripista è in questo senso fuorviante: si tratta di una canzoncina in spagnolo molto estiva e balneare che effettivamente non ha un grande spessore e richiama direttamente il mood di Vamos A La Playa. Solo i DJ e appassionati più colti potranno riconoscere in essa suoni, armonizzazioni e arrangiamenti che in realtà vengono direttamente dalla disco anni ’70 di Giorgio Moroder e della sua Munich Machine, ma a parte ciò è evidente come La Musica Electronica non rappresenti fedelmente il resto di Mondovisione.  Il disco ha l’articolazione di un palinsesto di un’emittente virtuale ( “Mondovisione, la prima televisione senza immagini”) sulla quale vanno in onda i reportage da una nazione che ha smarrito la sua identità culturale e la sua dignità civile. Il disco si apre con Accendi la televisione: un vocoder scandisce “CNN/BBC/Canal Plus/MTV”, e a me vengono inevitabilmente i Kraftwerk di Computer World ( “Interpol and Deutsche Bank/FBI and Scotland Yard”) con la realtà che viene rappresentata per immagini flash e iterazioni. Parte un treno di sequencer con un basso in ottavi che più electro non si può. Sembra una canzone allegra, ma il testo è agghiacciante nella sua semplicità: “ L’unica cosa che c’è sempre in ogni casa/il resto non conta, non puoi tenerla spenta/Accendi la televisione… Accendi la televisione”: il richiamo all’apparecchio televisivo di “1984” di Orwell sarà anche banale ("Quell'apparecchio - che veniva chiamato teleschermo - si poteva bensì abbassare ma mai annullare del tutto..."), ma è drammaticamente reale. Dopo un intermezzo in cui la voce televisiva di Laura Righi (sorella di Johnson) introduce il palinsesto delle rimanenti trasmissioni, arriviamo in traccia 3: Tu sei sul video ribadisce i concetti musicali e culturali espressi in precedenza, con una bella song elettronica con forte battuta anni ’80. “Tu non esisti, non credi, non pensi/Se non sei, se non sei sul video” è un testo che rimanda all’odierna società dell’immagine autoreferenziale, una società in cui compaiono dall’oggi al domani personaggi (dai tronisti della De Filippi, alla “simpatica” Michela Vittoria Brambilla) che esistono non per aver fatto qualcosa, ma solo in quanto proposti in heavy rotation dal mezzo televisivo. Futurista è un colto richiamo al Manifesto della Cucina Futurista di Filippo Tommaso Marinetti, cui segue la già citata La Musica Electronica. Con Il Numero Che Non C’è torniamo a un touch oscuro e malinconico, una bella ballata electro con riferimenti esistenziali che rappresenta quello che avrebbe dovuto essere la canzone d’autore italiana se negli ultimi 25 anni non avessimo avuto De Gregori e Fossati a romperci i coglioni con le loro tristezze passée. Il top del disco si raggiunge con il pezzo successivo: Electro Felicity è una song ossessiva, onirica e inquietante in cui un vocoder scandisce in maniera ripetitiva la sentenza “Electro Felicity/Io digito, tu digiti” e i due Righeira rispondono con un testo profondamente irridente agli amanti del blues, del lambrusco e di un concetto ipocrita e ammuffito di vita “genuina”: Io non suono pianoforte/e nemmeno la chitarra Ma io scrivo le canzoni/faccio dischi con tre suoni Forse è un bene, forse è un male/sono l’uomo digitale  La strafottenza raggiunge il suo climax con il verso “Io non sono intelligente/la cultura? Indifferente/La TV voglio guardare/sul mio nuovo cellulare”, che in realtà ben fotografa la triste condizione di tanti milioni di italiani di oggi cui la televisione nel corso degli anni ha eroso cultura e sensibilità sociale lasciando in cambio solo banali desideri di consumo e l’illusione che la vita si risolve col Tasso Zero. Verso la fine, Electro Felicity ripropone i temi delle gioie, o più semplicemente delle possibilità della vita digitale: “Tu suoni, io digito/Tu scrivi, io digito/Tu dormi, io digito/Tu sogni, io digito”. A me vengono ancora in mente i Kraftwerk, che in Pocket Calculator del 1981 anticipavano queste atmosfere scandendo le parole “I’m the operator of my pocket calculator/By pressing down a special key it plays a little melody”, ma penso anche ai tanti internauti che già oggi vivono effettivamente questa Electro Felicity e, mentre i borghesi dormono, realizzano con Photoshop, Premiere, Cubase, Reason, Acid, MySpace e Second Life i loro sogni di un mondo più espressivo e meno arido. Mondovisione prosegue con alcuni episodi “strani”: Invisibile è una electro-ballad assolutamente contemporanea cantata da una misteriosa Lubna e anni-luce lontana da quanto potreste associare al nome Righeira: elegante, soffusa, affascinante e dal testo ermetico (“Non si finisce mai di sparire”), è una sonora lezione per Subsonica, Delta V & co. La Mujer Que Tu Quieres è una validissima cover della storica GirlUwant dei Devo, con suoni assolutamente fedeli all’originale e un testo riadattato in maniera potentissima “Tu quieres una guapa àtomica/Llena da vigor y muy tòxica/Que tengas un aroma de morboso amor/Ola que se mueve en tu monitor”: uah, uah, uah, mi sto ancora rovesciando dalle risate, è fortissima! Con China Disco torniamo alle atmosfere un po’ cazzare della prima italo-disco modello Fratelli La Bionda e francamente il pezzo non è granché, mentre subito dopo arriva l’inesplicabile Die Wende: traccia dal sapore vagamente dark piena di violini strazianti e nostalgici, è profondamente romantica e intrigante e rappresenta benissimo lo spirito new romantic che certamente appartiene ai Righeira in quanto autorevoli esponenti degli anni ’80. Il pezzo è purtroppo un po’ zavorrato dalla pronuncia maccheronica del testo in tedesco, ma mi fa venire in mente addirittura gli Ultravox e i Tuxedo Moon con la bellezza dei suoi saliscendi emozionali.
Si va verso la conclusione con Il destino di una nazione: parte una canzoncina balneare e sessantesca, con suonini di synth che fanno venire in mente il tormentone di Pop Corn, ma ancora una volta il testo è devastante:
Il destino di una nazione/si decide alla televisione Dipende tutto dalle riprese/il futuro di un paese Il destino di una nazione/dipende tutto dalla religione Si gioca tutto nelle chiese/il futuro di un paese
Digitale informazione/per milioni di persone Nell’elettrica finzione/la tua intima adesione
Il destino di una nazione/dipende tutto dalla persuasione Dal messaggio promozionale/anche se subliminale Il destino di un grande stato/si decide al supermercato Dipende tutto dalle pretese/il bisogno di un paese
A un certo punto della song interviene ancora la “Voce della Televisione”, ovvero Laura Righi, che molto professionalmente interrompe i programmi per dare una notizia straordinaria: “L’Italia è sparita: alle ore 22,30 il nostro Paese è scomparso”. Ecco, il messaggio di Mondovisione è tutto qui, nel riportare asetticamente il profondo buio della cultura, della solidarietà, dei gusti della gente, della politica che c’è in questo momento in Italia. Il disco si conclude con la title-track (una bella e malinconica ballad con tanto di chitarra acustica), gli annunci di fine trasmissioni e la traccia fantasma “Chimica Organica”.
Alla fine del disco mi convinco che i veri cazzari sono coloro che non comprendono la profondità di questo lavoro, coloro che equipaggiati solo di miopia e scarsa sensibilità negano ai Righeira la possibilità di fare un disco sentito, profondo e sincero, coloro che considerano gli anni ’80 come “simbolo del male”. Mondovisione è un disco fatto di maturità, malinconia, disincanto, tecnologia, divertimento e tanta elettronica. Non nega Vamos A La Playa, ma rivendica per i suoi autori il diritto di proseguire lungo quella strada fino ad arrivare molto, molto lontano Vi invito a scoprirlo, a dargli credito e a stare lontani dal download illegale: se vi piace il genere, questo è un disco da acquistare.
Bravi, Michael & Johnson!
1. Inviato da
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
, il 18-04-2009 17:16 vi ho ripreso qualche riga per metterla nel mio libro su \'la storia della capannina di franceschi\' negli anni 80 grazie! molto affascinanti! loretta grazzini |
Powered by AkoComment Tweaked Special Edition v.1.4.3 |