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Dal Torino Traffic Festival… Il primo giorno! Stampa E-mail
di Kosmø Ohm   
giovedì 19 luglio 2007

Il logo del FestivalKondoria anche qui? Ma certamente! Un evento con una line-up così interessante ed eterogenea doveva assolutamente essere vissuto: il vostro Kosmø darà un giusto, attento e talvolta cattivista commento agli artisti che hanno presenziato al festival svoltosi a Torino dal 10 al 14 luglio 2007.
Come inevitabilmente accade per ogni esclusivo evento a cui lo staff di Kondoria aderisce, la formazione è minimale: questa volta si tratta di un “tridente” (io e altri due rappresentati delle Tre Venezie) armato di camper, pronto per raggiungere la lontana e industrial-maestosa Torino. 

Villa ReyIl viaggio, geneticamente banale (autostrada… E cosa volete che vi dica in merito???), procede tranquillamente. Degna di nota solo la casereccia e trevigiana soppressa che ci accingiamo a tirar fuori dalla dispensa per un giusto break. Arrivati nei pressi di Torino incominciano i soliti problemi logistici: seguendo le istruzioni di un paper-stradario scaricato da internet per raggiungere il camping, c’incasiniamo nelle stradine della ridente e residenzial-borghese collina che sovrasta il capoluogo torinese. Un puntuale e alquanto vitale benzinaio ci toglie dall’impaccio, e dopo alcuni minuti di tornanti arriviamo finalmente al campeggio di “Villa di Rey”.

500 olandesi a Villa Rey

Nel quale per l’appunto si erige una villa settecentesca (ora in fase di ristrutturazione e sede anche di club auto storiche), mentre nel giardino è stata ricavata una zona per campeggiare. L’intera struttura è immersa nel verde, e si può anche goder una vista panoramica della città e della restante zona collinare (la basilica di Superga, se l’avete presente). 

Sistemato il mezzo e svolte le pendenze burocratiche s’incomincia a familiarizzare con l’ambiente che ci circonda. Un rapido giro e ci si accorge subito di quanto possano essere bizzarri e particolari gli ospiti della struttura.

 

Strane scritte a Villa Rey...Beh, innanzitutto da un rapido giro nella villa, in uno scantinato scorgo l’anacronistica scritta rossa “W Stalin” figlia di un passato lontano, ma neanche tanto in fondo…
Passando al “people of camping”, c’è una colonia di olandesi con delle vecchie 500 giunti nella città della Fiat per un raduno, poi qualche personaggio torinese che utilizza il campeggio come residenza estiva (e forse non solo? Mah… non ho approfondito), e poi il popolo dei giovani giunti da ogni dove per seguire le quattro giornate del Traffic Festival torinese. Certamente si rimane colpiti dal variopinto stile e look dei festivalandi: accessori vintage, sfumature dark, rastaboyz, magliette di gruppi storici, look sinistrorsi, ragazze dalla mise radical-punk-alternative-chic.
Una definizione sembra quasi unire tutte queste varie sfumature, ovvero “no-borghesik-people”, o più naturalmente “quelli dei festival”: gente acculturata musicalmente, senza sovrastrutture e atteggiamenti di puro presenzialismo borghese. Sì, perché il Traffic Festival come vedrete è un rito collettivo: in questo senso sembra una premonizione il verso “Perché la terra è popolare…” di una canzone che si diffonde da una roulotte.


La giornata sta volgendo al crepuscolo e dopo un dignitoso pasto, si decide di scendere in città e raggiungere il parco della Pellerina, main-stage del Traffic, per il concerto di Lou Reed.
Inesorabilmente arriviamo sul finire del concerto, e questa volta non per il kondoriano senso del  “fashionably late” che talvolta suggella le nostre uscite, ma perché non conoscevamo le abissali distanze dei viali torinesi. Per fortuna non siamo gli unici e nel tragitto intercettiamo un’allegra brigata (inglesi, spagnoli e francesi) che dal campeggio cerca di raggiungere il concerto come noi. 

Il popolo del Festival

Arrivati nei pressi del parco un serpentone di baracche (panini unti e altre porcherie dal fare decisamente chimico) ci porta proprio davanti allo stage dove Lou Reed sta cantando “Sad Song”, ultimo pezzo dell’album Berlin. Va infatti precisato che l’intero concerto è imperniato sul celebre album, proposto questa volta in una inedita versione teatrale con la regia di Julian Schnabel (se ne volete sapere di più rivolgetevi a Google, Kondoria non è Wikipedia!). Lo show finisce così? Anche no! Lou Reed riappare sul palco e ci propone tre suoi grandi classici “Sweet Jane”, “The Satellite Of Love” e “Walk On The Wild Side”. 

Lo stage di Lou Reed
La folla è in delirio, noi di Kondoria decisamente no! Prima di tutto non è che il sound americano ci faccia impazzire (eh, eh... provate a chiedere a Hugo Fast cosa pensa della musica degli States, sicuramente vi risponderà Ramones, Talking Heads, Devo e… basta!), e poi perché le ultime tre song sono state eseguite senza quella verve ed intensità che le hanno rese così celebri. Praticamente è stato una sorta di strascico dell’atteggiamento teatrale dell’intero show, e bisogna aggiungere che il povero Lou sembra oramai totalmente bollito.
 
 A giustificare la mia tesi ci penserà Tomaso Labranca sulle pagine di www.trafficfestival.com : “Non riesco a capire quando si è avuta la svolta, quando l’idea di rock’n’roll ha smesso di essere legata all’immagine di giovanetti pieni di energia e dediti agli stravizi più demolitori e si è invece sovrapposta a quella di anziane lucertole come Mick Jagger, di affezionati clienti di coiffeur come Rod Steward o David Bowie e di pensionati che litigano tutto il giorno come la moglie Paul McCartney…”

Kosmo sperava che con il solo potere di questa maglietta...L’unico momento rock’n’roll della serata? Quando all’inizio del concerto la folla in delirio ha rotto le transenne ed ha invaso una sorta di vip area con sedie rosse voluta proprio da Lou Reed per creare una non-so-che atmosfera teatrale. Noi di Kondoria invece abbiamo vissuto un momento decisamente “garbo” nel post-concerto. Arrivati con la navetta nella centralissima piazza Vittorio Veneto, decidiamo di scendere ai Murazzi. Mentre scendiamo la rampa veniamo bloccati da una banda di marocchini che vogliono venderci della droga, noi rifiutiamo e uno di loro tenta invano di prelevare qualcosa dalle nostre tasche. Fallito il tentativo di scippo, giriamo i tacchi e ce ne andiamo senza ulteriori problemi mentre la banda lancia una bottiglia contro un muro, forse per intimidirci. Nonostante questo non me la sento di mettere in croce tutti gli extracomunitari torinesi: precedentemente avevamo chiesto informazioni a dei neri africani ed erano stati molto gentili e cordiali, mentre sulla via del ritorno un altro nero-latino cortesemente ci invitava ad entrare in club privato da dove proveniva il sound settantesco di “Dancer” di Gino Soccio…

Alla prossima puntata del racconto del Torino Traffic Festival!

 

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