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Piccola parentesi biografica
 Steve Bug nasce a Brema poco più di 30 anni fa. Nei primi '80 si appassiona alla musica elettronica ed alla break-dance, fino al fatidico incontro con l'house tra l'87 e l'88. Inizia la sua carriera di DJ ad Ibiza nel 1991, prima di divenire il resident del miglior club della natia Brema e partecipare annualmente ad eventi come la leggendaria Love Parade. Nel ’93 pubblica le sue prime produzioni discografiche e poco dopo fonda l’etichetta Raw Elements, per la quale esce il suo primo album “Volksworld”. Avendo tante proposte da lanciare, divide l'etichetta in due: nel ’98 crea la Dessous indirizzata verso sonorità deep, mentre nel ’99 è la volta della Poker Flat, che coniuga all'house un sound tech-electro. La Poker Flat in poco tempo conquista tutta l’Europa, tanto da essere ritenuta un vero e proprio manifesto e da innalzare la minimal a livello di fenomeno musicale. Da sempre in grado di attraversare abilmente i confini tra house e techno, come dimostrano album quali “The Other Day” (2000) e soprattutto “Sensual” (2002), Bug si afferma nel tempo come uno dei più acclamati innovatori del genere attraverso le scelte “mirate” delle sue etichette, che hanno valorizzato talenti come Martini Bros., Vincenzo e Phonique. Partner in studio di Richie Hawtin per il progetto “Low Blow” su Minus, autore dell’ormai classico remix di “The Creeps” dei Freaks - da qualche anno un ricorrente, irresistibile classico da club - è anche produttore di un’azzeccata serie di singoli sotto l’alias di Traffic Signs.
Piccola doverosa premessa Di tutte le date possibili che l’Ambasada avrebbe potuto scegliere per un ospitone come Bug, il 9 giugno non si è rivelata la migliore. Sarà stata l’estate ormai incombente che spinge tutti alle più easy (ed economiche) feste in spiaggia a base di commercialate e cocktails malfatti… Sarà stato il confronto con l’ospitata precedente (il ben più nazional-popolare Morillo)… Sarà stata la tradizionale sfig@ che talvolta affligge anche gli eventi meglio organizzati… Ma all’ingresso del club non c’era una briciola di coda, anzi… e la serata è iniziata in un’atmosfera rilassata e soffusa senza spintoni e senza ressa in pista (leggi tra le righe “locale semivuoto”). Io stessa mi ritrovo a pensare “Che culo! C’è poca gente, così mi sento il DJ-set in tutta tranquillità!” certa in cuor mio di assistere ad un raffinato spettacolo di selezione ed elaborazione di sound minimale. Mai pensata una più grande c@zzata! Comunque… la pista si riempie, il warm-up si conclude, Bug sgattaiola quasi in sordina dietro la consolle.  Piccola analisi tecnica Due Technics da combattimento, due CD-J Pioneer 1000, un mixer da paura ed un Mac scintillante (mi sono giocata gli ultimi decimi di vista a cercare di capire quale software ci fosse sopra) fanno presagire meraviglie sonore e prodezze elettroniche (sorvoliamo su altri oggettini presenti in consolle, tra i quali mi è parso di riconoscere un bpm counter digitale). Randellate technoidi, tribalismi saturi, casse dritte+bassinlevare da drizzare i capelli come un diluvio…qualche disco più asciutto, electroso e graffiante come un breve lampo di genio subito soffocato dallo scrosciare di loop e sample a dir poco stizzosi e discutibili (forse ho capito a cosa serviva il Mac scintillante!!! Come prendere il bazooka per sparare a una zanzara). Una domanda sorge spontanea: ma il minimal che fine ha fatto? A metà set, con il pubblico (ignaro? incosciente? rassegnato?) che agitava le mani al soffitto e le ascelle pezzate in bellavista, ecco un presagio funesto: dopo alcuni secondi di bassi straziati e sovraccarichi, cala un improvviso, brutto silenzio… Fischi e grida, e non di approvazione... Rintanata in zona bar, mi rammarico, mi sdubbio, mi chiedo perché un artista come Bug abbia preferito un set di questo genere alle consuete delizie equilibrate e potenti targate Poker Flat. E nel contempo mi chiedo quando sia avvenuto l’ultimo controllo dell’impianto audio…Piccola sorpresa conclusiva In chiusura a tale inaspettata performance, ecco che la serata raggiunge lo zenith dell’assurdo. Due ragazzi seminudi (uno troppo magro e l’altro troppo in carne), unti e bisunti e armati di torce accese, si esibiscono come mangiatori di fuoco: il loro arrivo è seguito da un terzo personaggio, un vocalist-Lucifero truccatissimo, con giacca a coda di rondine (di due taglie più stretta) aperta sul petto nudo, recante al guinzaglio due ragazze mediamente bellocce in arrangiato abbigliamento simil-fetish (una delle due ha degli orribili collant smagliati ed è parecchio sottopeso) che si dimenano come in preda ad un attacco gastrointestinale. Il Lucifero bercia in inglese filastrocche di circostanza ed incita alcuni tipi travestiti da servi a portare sul palco un grosso sarcofago: da lì, agghindato da Baron Samedì, emerge un noto DJ-performer della zona… Tragica emulazione, in ritardo di 10 anni abbondanti, del buon Principe Maurice? O cos’altro? Un rocambolesco live set ha inizio, coincidente - che strano - con la nostra partenza dall’Ambasada Gavioli. Game over.
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