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John Foxx Live in Cento – 13/04/2007 Stampa E-mail
di Hugo Fast   
lunedì 16 aprile 2007

Il centro Pandurera la sera del 13 aprile 2007L’occasione è imperdibile.

E vado a capo, per rafforzare il concetto: John Foxx, il vero “godfather of electro”, suona in Italia dopo non so quanti anni. Mancare al concerto è impensabile, oltre che semplicemente folle e suicida. Mi ci vogliono 300 Km di macchina per arrivare, e altrettanti per tornarmene a casa? Ecchissenefrega! Ma… Un momento: chi è John Foxx? E perché tanta agitazione per un nome che dev’essere appena spiegato e raccontato, manco fossero gli U2?

Bene, rewind: se non sapete bene chi sia John Foxx, o desiderate ripercorrerne la carriera, cliccate qui e poi tornate a questo articolo.

Ma ricolleghiamoci col presente: l’appuntamento è per le 22,30 del 13 aprile 2007 all’Auditorium Pandurera di Cento (FE): grazie a Internet appuro che si tratta di una sala da 500 posti e “capisco subito” che non sarà un evento di massa. Cento è distante circa 300 Km da dove abito io, ma i prodigi della tecnologia automobilistica tedesca e la compagnia di Kosmø Ohm li rendono una passeggiata: alle 19,20 siamo comodamente a Cento, poi segue cena in un’osteria caratteristica e alle 21,45 siamo al Pandurera con perfetto comfort. Al banco cassa, Louis Gordon vende il merchandising del tour come se fosse un roadie qualsiasi! Ne approfitto per scambiare quattro chiacchiere con lui: mi dice di avere 42 anni e di avere scoperto John Foxx all’uscita di Metamatic. “Rimasi particolarmente colpito da No One Driving e divenni subito un fan di John. E lo sono ancora oggi che suono con lui!”. 

Kosmo Ohm, Kain Malcovich, Louis Gordon, Hugo Fast
 

John Foxx on stageEntriamo: spintoni e code tipiche dei concerti stasera sono cose che appartengono a un altro pianeta, perché qui siamo in pochi ed entusiasti conoscitori. Appare subito quello che sarà il vero, unico problema della serata: la platea del Pandurera è allestita con poltroncine tipo cinema, e capiamo immediatamente che ci toccherà vedere il concerto da seduti. Ma come si fa ad ascoltare questa musica senza poter “scuotere lo scheletro”??? Dopo l’egregio opening degli Act Noir (sul quale Kosmø vi racconta in un servizio a parte), John Foxx sale sull’essenzialissimo palco alle 23,25: è altissimo ed elegante nel portamento, indossa camicia nera e pantaloni scuri. Si posiziona dietro la sua compatta postazione alla sinistra del palco, comprendente due piccole tastiere, un rack da poche unità e un microfono. Sulla destra arriva subito dopo Louis Gordon, a manovrare un synth Yamaha CS1x, un mixer e qualche altro macchinario. Lo show non prevede sostanzialmente effetti: le luci saranno blu, bianche e viola per quasi tutto lo spettacolo e l’unica concessione è qualche sbuffo di fumo. I visual che nelle esibizioni maggiori vengono proiettati alle spalle del duo stasera sono assenti.

L’attacco è da infarto: parte il martello di 21st Century, che se non la conoscete state tranquilli perché non è nient’altro che la versione opportunamente updated di 20th Century, un outtake di Metamatic che all’epoca non mi aveva particolarmente impressionato e che invece qui fa una signora figura! Drum machine veloce e sincopata, i soliti synth-solo di Foxx e la sua voce tesa e declamante: mi esalto subito, e faccio appena in tempo ad apprezzare il sound-system del Pandurera, pulito ed energetico come necessario per apprezzare fino in fondo l’electro, ma come purtroppo non sempre si verifica. Fin dall’inizio John assume una posa elegante e stentorea che non abbandonerà praticamente per tutto il gig: dritto e misurato dietro le sue tastiere - ma niente affatto rigido - inarca leggermente le gambe e le tende ritmicamente. La sua immagine è perfetta e assolutamente coerente con la musica. Louis è più sbracato: saltella a piedi pari come un grillo, poi si flette sulla tastiera fino quasi a toccarla con la fronte, poi ancora alza un braccio… Tutto il suo entusiasmo nell’essere lì è evidente, e se inizialmente il suo atteggiamento mi pare sopra le righe, dopo solo un paio di pezzi non posso che essere con lui e apprezzare la sua figura dinamica e gioiosa. 

John Foxx e Louis Gordon on stage

Gran parte dell’esecuzione è programmata in sequencer e anche se è impossibile capire esattamente cosa effettivamente suonino dal vivo i due, riesco distintamente a vedere le mani di John sulla tastiera durante i solo e gli hook, mentre Louis sembra più impegnato con le parti ritmiche. Ammirevole è il lavoro sui vocals: da sempre Foxx stratifica più parti vocali, alcune cantate, altre processate al vocoder, altre armonizzate, altre ancora semplicemente declamate.

Alle prese con lo human hostNegli anni ’80 aveva anche creato il nomignolo di “human host” (nelle sue parole “a collection of tapes and vocoders and that kind of thing”) per indicare l’insieme di macchinari utilizzati per generare questi suoni, e non posso che notare con immutato entusiasmo che lo human host, opportunamente digitalizzato, è ancora tra noi: John produce strabilianti armonie vocali che seguono il suo cantato live e, con un continuo rivolto degli accordi, riesce a riempire l’aria e i pezzi con la sola voce!
Dopo l’apertura, si prosegue con due brani appassionati dall’ultimo album, che riprendono alla perfezione le eternamente ricorrenti immagini della poesia foxxiana: The One That Walks Through U e A Million Cars (che sembra tanto il reprise del You Were There di The Garden…): qui Gordon sbarella un po’ con i suoni di piano e il suo entusiasmo lo fa uscire dal seminato (e dal pentagramma), ma alla fine della tripletta di apertura siamo tutti già stesi, quando…

John Foxx on stage

 

 

John Foxx on stageHe’s A Liquid! Onirico e inquietante, uno dei pezzi-guida di Metamatic ci riporta in pieno 1980 e viene eseguito con perfetta fedeltà all’originale, confermando ancor oggi la sua più completa attualità. Ma non è finita, perché la prima facciata di Metamatic verrà eseguita quasi per intero: seguono infatti Metal Beat (bellissima, e impreziosita di un synth solo da brivido, originariamente non presente), Plaza e… Underpass!!! Mi pare di sognare: John Foxx è davanti a me e sta eseguendo Underpass… la sua canzone-simbolo, ciò da cui è scaturito tutto... Il Pandurera non è impaccato, e anzi buchi piuttosto evidenti nella platea mi fanno stimare in circa 300 persone il pubblico effettivamente presente: un numero ridicolo nella mentalità delle grandi star, ma a John e ai presenti sembra non importare nulla. È evidente che siamo tutti parte di un rito, dove appena le prime note di synth, il primo beat della drum machine si diffondono, il pezzo viene riconosciuto all’istante e scatta il delirio, l’estasi, la felicità. Foxx è visibilmente partecipe e compiaciuto, e ogni tanto scandisce un “Grazie!” molto sobrio, e tuttavia profondamente sentito, con la sua voce abrasiva e insieme garbata, da gentleman. Ancora un paio di brani del presente, e poi è tutto un rituffarsi nei grandi pezzi del passato: I Can’t Stay Long (con un’incredibile emulazione del solo di chitarra!), No One Driving, Hiroshima Mon Amour (sicuramente il momento più cult del concerto, col suo lento inizio scandito dalle claves della Rhythm Machine Roland CR-78), Just For A Moment (cui la Vienna degli Ultravox di Midge Ure è strettamente imparentata…), e una sorprendente My Sex: questa viene sviluppata con suoni e cadenze identiche all’originale fino in fondo, ma poi sul filo di una nota tenuta di synth riparte in chiave techno, perfettamente attuale e tremendamente energetica. John è visibilmente entusiasta, soddisfatto, realizzato, a cantare questo pezzo che trent’anni dopo rappresenta ancora perfettamente la transizione tra punk e new wave, la voglia di innovare e sperimentare, di andare oltre. 

John Foxx + Louis Gordon on stage

Alla fine, tende la mano verso il compagno di palco e con molta sobrietà e trasporto presenta “Louis Gordon!”. Louis risponde con gesto simmetrico e declama “John Foxx!”, poi i due escono di scena. Una breve attesa, ed eccoli di nuovo sul palco per l’unico encore della serata: la scelta, strana e coraggiosa vista la particolarità del pezzo, è per l’asimmetrica eppure armoniosa e danzabile “Endlessly”. È forse un peccato aver scelto questo pezzo per congedarsi dal pubblico, perché la sua complessità vocale e strumentale ne rende l’esecuzione live un po’ difficoltosa. Ma non importa: Endlessly è un pezzo stupendo e viene tenuto su per molti minuti. Alla fine i due escono definitivamente di scena: è mezzanotte e cinquanta e il concerto ci ha regalato un’ora e mezza di John Foxx allo stato puro. Tutto perfetto, anche se debbo rammaricarmi che nessun pezzo di The Garden è riuscito a finire in scaletta. 

Il biglietto (ovvio, no?)Alla fine di tutto, come giudicare un concerto come questo? Beh, è difficile: l’allestimento scenico era quasi nullo, due persone sul palco dietro le tastiere non hanno mai dato vita a show travolgenti, molte parti erano sequencerizzate e qualche stonatura c’è stata… Eppure tutti questi “cons” non contano nulla! È stato un momento fantastico, di pura emozione elettronica, di classe ed eleganza, di poesia tecnologica, di felicissimo incontro del passato con il presente ma anche il futuro dell’electro. Ho finito le parole, biascico ancora robe tipo “un evento unico”, “l’incontro col mito”, poi mi fermo.

Non so se sono riuscito a trasmettervi anche solo parte dell’emozione di quella sera del 13 aprile 2007. Spero tanto di sì. E, una delle poche volte in vita mia, sono felice: io c’ero, mi spiace tanto per chi ha rinunciato a venire.

 

Hugo Fast 

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  Commenti (1)
1. Ottima recensione!
Inviato da Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo website, il 29-11-2007 12:44
Ho l’impressione che tu sia tra i pochi in grado di comprendere il fatto che solo chi ha amato il sound dei primi Ultravox (e di John Foxx solista in particolare) sia in grado di apprezzare pienamente il periodo Midge Ure (uno dei migliori vocalist di sempre). Un’apparente contraddizione questa, visto che la band con lo scozzese leader è da sempre stata osteggiata fino all’inverosimile dai soliti scribacchini militanti, supponenti e arroganti che invece esaltano i primi tre album, quelli appunto con John Foxx frontman. 
 
Saluti

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