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Mi sembra strano dirlo, ma Ralf è l’unico uomo che mi abbia indotta a comprare e indossare insulsi aggeggi da quindicenne, per poi farmi finire in un locale assolutamente fuori dal mio genere…e nel bel mezzo della serata… portarmi sull’orlo di un colpo di calore! Inutile farsi filmini mentali, vi spiego la storia dall’inizio. Un paio di settimane fa una mail della kondoria-gang mi informava prontamente e gentilmente che venerdì 16 marzo al Mandracchio (discoteca storica della Trieste-bene) ci sarebbe stato nientepopòdimenoché lo straconosciuto DJ Ralf.
Da “fissata” di DJs e musica elettronica quale sono, e animata da una discreta dose di perniciosa curiosità, decido di non lasciarmi sfuggire l’evento, ben consapevole del fatto che la tradizione “mandracchiana” (o mandracchiesca, boh?!?) del venerdì non sia propriamente nota per la ricerca e la selezione della tech-house più raffinata. Mmmhhh… DJ Ralf, aka Antonello Ferrari, classe ‘57, elettrohousettaro d’annata nonché resident del Cocoricò… nel covo del maracaibommareafforzannoveeee sullemmaniii senticome fa a a a… Questo incredibile e apparentemente disgraziato connubio rendeva ai miei occhi assolutamente gustosa e imperdibile la serata.
Atterrita da immagini domenical-pomeridiane di adolescenti con ombelichi piallati esposti al gelo e simili dimostrazioni di giovanile vigore solitamente visibili davanti al Mandracchio, mi ritrovo dunque lo stesso venerdì pomeriggio ad introdurmi con fare furtivo in un negoziucolo di accessori: la commessa, per nulla stupita dalla mia domanda “scusi, ha qualcosa da “quindicenne” da vendermi?” sparisce per alcuni minuti e ricompare al banco con un fermacapelli di finti cristalli Swarovski e un paio di mollettine rosse glitterate. Un sorriso detestabile. Compro tutto. Scende la sera, temperatura primaverile piacevole quanto inquietante, scendo le scale con aria poco convinta, cosparsa di crema corpo al latte di cocco e una spruzzata di D&G By, minigonna e cappottino, rossetto color ciliegia e… i fermacapelli (tutti insieme) luccicanti come un pugno in un occhio: Hugo Fast mi dà un’occhiata carica di significato… sembro un’adolescente sì, ma mi sento un tantino SCEMA. Cerco di dimenticare il particolare per dedicarmi a meditare sul DJset incombente. Varie peregrinazioni tra i locali del centro città, cose buone da bere, tante buone chiacchiere e relativa spensieratezza (anche se ogni tanto strane occhiate ai miei finti Swarovski mi perturbano): solo alcuni elementi sembrano preannunciare le vicende della disco imminente, tra cui…
1) un tipo rimasto fermo immobile per almeno mezz’ora, con una borsa da viaggiatore ottocentesco, piantato davanti al Caffé Urbanis con gli occhi chiusi; 2) due scatenatissime - e non giovanissime - ballerine dentro l’Urbanis con make-up improbabile e una evidente e friggente necessità di essere notate (per tutto il tempo ho temuto che fossero colte da ictus o peggio); 3) scoprire che alle 2 già suonate al Mandracchio Ralf non si è ancora presentato (infatti è proprio dietro di noi mentre stiamo entrando…). Appena oltrepassata la soglia della disco, quanto detto, fatto o pensato in precedenza viene cancellato di colpo: non è estasi sonora o totale coinvolgimento…ma un caldo e una confusione che lasciano senza voglia di vivere. Interminabile tempo di attesa al guardaroba, coda disperante per avvicinarsi alla pista, temperatura da altoforno e onnipresente odore di avanzata sudorazione: ora capisco meglio uno dei versi della già citata Maracaibo: “fuggire, si, ma dove?” L’atmosfera è apocalittica, gente stipata ovunque, impossibile ballare, impossibile stare fermi, le toilette sono una sorta di miraggio… Una tipa coraggiosa si aggira in reggiseno, io, poco convinta di mettere in mostra il mio underwear, soffro in silenzio inzuppando di doloroso sudore la mia t-shirt zebrata di drammatico tessuto acrilico. Ed ecco che in tale untuoso e fastidioso momento in consolle ECCE RALF! Peccato che il sound-system non proprio impeccabile non regga troppo dignitosamente il colpo…e dall’angolino in cui mi sono rintanata a “saunare” in silenzio si odono solo indistinti pestaggi elettronici.  Mi accorgo perfettamente che la folla umidiccia qui radunata ben poco ha a che fare con la sperimentazione musicale e la ricerca del sound: tutti sono qui solo PER ESSERCI, perché andare a sentire Ralf (per i più, tal quale a Carneade, chi era costui?) è una roba figa, una roba che fa fashion, tanto per riempirsi la bocca a dire IO C’ERO, manco che Ralf fosse in grado di passare per osmosi un po’ di stilosità nottambula e rendesse tutti i presenti, abbarbicati dietro le loro cinture Dsquared, un po’ meno Raffaella Carrà. Il set si snoda secondo strani canoni, difficili da interpretare… Tribal, deep, elettronica, il tutto non troppo underground: la folla in delirio da ipertermia sembra dare qualche segno di vita intelligente (ma forse è una pura coincidenza) in corrispondenza di un remix di “I feel love” di Donna Summer … per il resto, nulla da dichiarare. Uscita dal locale nell’aria fresca della sera, proprio di fronte al mare, mi sento come una triglia alla livornese… semiaromatizzata al cocco, però…e preda di questi orribili paragoni da cucina fusion capisco che è meglio andare dritta a casa. Per chiudere con una sorta di buon proposito, prometto solennemente che non mi concerò più da quindicenne isterica, che non mi fiderò più delle serate “di tendenza” organizzate ove di solito suonano “Balla” di Umberto Balsamo e che se ciò dovesse comunque accadere mi procurerò con largo anticipo un pratico kit di sopravvivenza (acqua zuccherata, salviette umidificate, deodorante potente minimo Roc o Vichy).
…Zazzà!
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