È ora di rompere gli indugi e di addentrarsi nelle profondità del gustare nihilista! Un mio caro amico era solito dire che un uomo, quando muore, ha sfruttato solo il 5% del suo fegato e che invece lui voleva sfruttarlo tutto. In questa frase è in qualche modo racchiuso lo spirito che da sempre anima queste mie colonne su Kondoria: incontriamo le profondità della nostra anima e dello spirito attraverso un gioco papillo-gustativo che non lasci nulla all’intentato e che sovverta ogni regola borghese e cacasotto del mangiare e del bere. Eccomi dunque a proporvi queste nuove esperienze del palato che, ne sono certo, vi lasceranno tanto entusiasti alla loro degustazione quanto malconci nella loro digestione.
Fate finta di essere al Savini o altro ristorante borghese e preparatevi dunque a gustare un bel piatto di prosciutto e fichi: comprate 300 g. di prosciutto crudo Parma (il San Daniele lasciatelo ai friulani...) badando che sia molto asciutto e sappia meno di “carne cruda” possibile. Su un piatto da portata distendete il prosciutto e sopra ogni fetta adagiate un bel fico maturo (ve ne serviranno un quindici, e con un po’ di impegno si trovano anche d’inverno) che avrete preventivamente privato della buccia (non siamo mica ciuchi...). Grattugiate ora del superabbondante pepe nero freschissimo sui fichi e quindi aggiungete delle grandi scaglie di grana bagnate di un buon aceto balsamico (occhio, per essere buono deve costare almeno 40 Euri alla fiaschetta). A questo punto, avvolgete le fette di prosciutto a sigaro e preparatevi a gustare il piatto più intenso e indigeribile della stagione. Insieme al prosciutto e fichi berrete una pozione magica che complicherà ulteriormente la vostra digestione. Procuratevi del vino stile “castelli romani”: l’assenza di una marca nota, il colore giallo-piscio e la presenza di molte bollicine sono garanzia che avrete trovato il prodotto giusto. Versate il vino in una bottiglia panciuta da tavola, di quelle a forma di sfera con uno stretto collo. Da evitare assolutamente la caraffa, in quanto in essa il vino perde subito la sua fragranza, o il decanter, che non c’entra una forca. Nella bottiglia, insieme a un litro del vostro “buon” vino, verserete una tazza di grappa di vitigno fine, possibilmente Picolit, e quindi dieci gocce di Tabasco a rovinare il colore del tutto ma ad esaltarne il sapore. Ponete la bottiglia in frigo facendo attenzione a ché non si raffreddi troppo, e quando sarà tutto pronto andate sotto un pergolato a degustare i vostri elaborati. Il momento migliore è il primo pomeriggio, così avrete tutto il tempo di incaraffarvi al fresco e quindi tutta una sera davanti per smaltire. D’inverno l’esperienza può essere ripetuta all’interno della taverna di un castello, fresca e umida con le sue pareti bianche irregolari dipinte a calce, e rimanendo alla luce delle torce. Dimenticavo… Le dosi indicate sono per due persone. Veniamo ora alla sera (possibilmente di un altro giorno rispetto a quello in cui vi siete sparati prosciutto e fichi...): immaginate di essere da qualche parte sulla riviera amalfitana, in Costa Azzurra o almeno in una località poco frequentata dell’isola di Creta. Vi preparerete dunque a una serata erotizzante da iniziare con un breve spuntino sulla spiaggia, mentre la brezza marina vi scompiglia i larghi indumenti di lino nero e da lontano giunge la melodia di un flauto di Pan. L’esperienza è alla portata anche della stagione invernale, a patto di compierla in Polinesia. Dotate il vostro desco di un lume a olio e mentre esso illumina la spiaggia, preparatevi a una semplice preparazione di cibi estatici: per antipasto caviale grigio adagiato su un letto di lattuga, caprifoglio ed erba cipollina. Circondate il caviale con scaglie di porcini crudi, ancora bagnati da un buon balsamico ed offrite ai vostri ospiti grissini rustici e burro salato danese.
Il piatto forte, ma si fa per dire, sarà un’insalata di gamberetti e avocados: procuratevi dei gamberetti grandi e polposi e due avocados non meno che meravigliosi. Tagliate a metà e scavate un po’ i due frutti, quindi incorporate la loro polpa in una salsa rosa che preparerete con mayonnaise light, Heinz Curry Ketch-up, molta Worchestershire e tanto brandy almeno Martell. Non azzardatevi a cambiare gli ingredienti e le marche consigliate perché se non va a culo tutto! Mescolate della noce moscata macinata sul momento alla salsa rosa, e quindi amalgamate quest’ultima ai gamberetti. Servite il composto adagiato sui quattro mezzi avocados e inventatevi una presentazione non meno che sfarzosa: io vi consiglio delle terraglie nere con decorazioni etniche oppure dei piatti di vetro grezzo colorato in blu notte.
Le bevande che accompagneranno tanto piacere gustativo saranno un’acqua minerale non gasata dal sapore particolarmente lieve e leggero e soprattutto il mio mitico Elisir d’amore: preparate una ricca sangria con molta frutta fresca ma al posto del vino utilizzate un porto rosso di provata qualità. Rinforzate il preparato con del Gin Bombay Sapphire (guai cambiare marca!!!) e mettete il tutto al fresco. Al momento di andare in tavola, sciacquatevi le mani con dell’acqua di colonia o con un profumo secco, quindi lavatele abbondantemente con sapone neutro: saranno così profumate di un aroma fresco ed etereo che sposerà a meraviglia le altre emozioni di una serata indimenticabile. Servite l’elisir ben fresco e, se lo desiderate, allungatelo con poca acqua minerale posata e lasciata a temperatura ambiente.
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