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Ultravox, perfezione new romantic Stampa E-mail
di Hugo Fast   
sabato 18 novembre 2006

La nebbia...Sono le nove di un mattino di metà novembre, mi alzo (non è elegante svegliarsi troppo presto) e guardo fuori dalla finestra: la città sotto di me è completamente avvolta in una deliziosa nebbia di un grigio profondo, quasi fosse velluto di una mano finissima ad abbracciare morbidamente tutto. “È una giornata meravigliosa…”, mi dico, e immediatamente dopo aver preparato un tea al bergamotto che mi arriva direttamente da Londra, metto mano ai miei dischi.

Come ogni anno è arrivato il momento di ascoltare gli Ultravox, perché così l’atmosfera autunnale richiede.

Ultravox è un nome del periodo new romantic poco noto ai più, ovvero a tutti coloro che fanno l’equazione “anni ’80 = Duran Duran”: qui c’è subito da sgretolare un’infamia, ovvero quella miserabile propaganda che negli anni ’90 ha voluto bollare il decennio precedente come l’epoca del vuoto e dell’immagine, delle artificiali acconciature e dei buffi costumi svolazzanti. È un errore, un profondo errore: gli anni ’80 sono stati anni di passione e di sofferenza, di sentimento e cupezza, ma soprattutto sono stati anni di cambiamento. Sul finire dei ’70 la musica rock e l’intera cultura giovanile erano arrivate a un punto di involuzione nauseante, con i valori di liberazione e di lotta ereditati dal ’68 che si erano ormai persi in una politicizzazione stupida e priva di obiettivi, e un lifestyle che nuotava nei lati peggiori dell’esperienza freak: sporcizia fisica e comportamentale, disordine spirituale e sessuale, ricerca di uno sperimentalismo fine a se stesso. Toccò al punk dare una spallata a tutto ciò: d’uno colpo venivano spazzati via capelli lunghi, barbe e baffoni, costumi di scena degni di Alice nel paese delle meraviglie e testi che parlavano di elfi o della tradizione medievale celtica. A ciò si sostituivano una musica veloce e fatta con tre accordi, capelli corti tagliati in modo approssimativo, facce giovani e lisce già però segnate dalla disperazione e dalla droga, testi che parlavano di alienazione urbana e senso del nulla, giubbotti di pelle nera, jeans strappati e particolari creativi come pins, lamette da barba, catene o cinture messe di traverso. Nichilista e autodistruttivo, il punk era un movimento di rottura, ma proprio per questo non avrebbe potuto durare a lungo. Non almeno in questa forma: toccò al movimento musicale e culturale che gli succedette sistematizzare le scoperte del punk e codificare la nuova estetica sonora: era nata la new wave.

Tra i gruppi di punta del movimento wave c’erano gli Ultravox! di John Foxx: punk-rage e schitarrate accompagnate da battiti sintetici, tastiere robotiche e il canto straniato di Foxx erano gli ingredienti di una miscela magica, ma troppo difficile per la patata lessa media. Dopo tre dischi di crescente livello qualitativo (Ultravox!, Ha!-Ha!-Ha! e Systems of Romance), John Foxx fu messo alla porta per gli scarsi risultati di vendita: il gruppo sembrava spacciato, ma con l’ingresso in scena del chitarrista-singer Midge Ure le cose conobbero una svolta inattesa. Gli Ultravox persero il punto esclamativo dal loro nome, e insieme ad esso l’intemperanza punk che ancora dentro di loro resisteva.


Gli Ultravox sulla copertina di ViennaIl disco del nuovo corso fu Vienna, del 1980: in copertina (rigorosamente black&white) il gruppo si presentava in abiti eleganti e vagamente dandy, immerso in una semplice scenografia futurista fatta di luci e forme astratte. Tutto, di quell’immagine, era semplicemente perfetto, a cominciare dai caratteri usati per le scritte, che da soli trasmettevano progresso e magnetismo. Maturo e personale come il look era, ed è a tutt’oggi, il suono del disco. Ma a una condizione: io ho conosciuto Vienna nell’edizione americana (procurata all’epoca da Pierre La-Croix), che aveva una tracklist della prima facciata completamente ribaltata rispetto all’originale versione europea.

Per me è sempre stato, e continua tuttora ad essere indispensabile ascoltare quel disco con le canzoni nell’ordine che ho conosciuto: la versione europea si apre infatti con Astradyne, uno strano set sinfonico-futurista interamente strumentale che dura oltre sette minuti. Il pezzo è splendido, ma la scelta è quantomeno obliqua e coraggiosa: il gruppo, alla prova del fuoco dopo l’abbandono di Foxx, sceglie di presentarsi con la track più difficile e meno mnemonica del disco, tanto che quando inizia il secondo pezzo (New Europeans) non siamo ancora nell’atmosfera del resto dell’act.

La grafica del discoNella versione americana, invece, il disco si apre con Sleepwalk: un botto di rullante e inizia una cavalcata in una notte elettronica. Energia, velocità, perfezione formale, atmosfere oniriche e il cantato di Ure che subito promana eleganza mentre i synth-solo di Billy Currie affermano un trademark che da lì in poi segnerà tutti i dischi degli Ultravox, con un suono che è grido, melodia e struggimento insieme.

Segue Passing Strangers, che è indispensabile ascoltare insieme al suo video: sulle note di una ballata electro perfetta per i nuovi anni ’80, due amanti in abito da sera fuggono attraverso un paesaggio urbano fatto di buio, abbandono e devastazione. Le lyrics recitano:

We were so young, we were too vain.
Dance in the dark, sing in the rain.
Time on our hands, hope in our hearts.
 
Passing Strangers - dal DVD "Ultravox - The Collection"

  Passing Strangers - dal DVD "Ultravox - The Collection"

La fuga della coppia diventa sempre più angosciosa, e alla fine del synth-solo i due si ritrovano all’aperto, non più protetti dall’oscurità: esplosioni e fiamme intorno a loro, con una chiusura che sfocia in una fine disperata e inevitabile, mentre Midge canta enfaticamente “Hold turns to dust, shattered by light”.

Passing Strangers - dal DVD "Ultravox - The Collection"
 
Passing Strangers - dal DVD "Ultravox - The Collection"

Il quadro si rafforza ulteriormente con New Europeans, manifesto di una nuova generazione di europei urbani, tecnologici, eleganti e decadenti: sotto singhiozza la chitarra spezzata del singer scozzese, mentre sopra la sua voce recita:

A lonely man sits cheek to cheek, with unique designs in chrome.
The mellow years have long gone by, but now he sits alone.
He has a brand new radio, but never turns it on.


A photograph of lovers lost, lies pressed in magazines.
Her eyes belong to a thousand girls, she's the wife who's never seen.
Their educated son has left, in search of borrowed dreams.
His television's in his bed, he's frozen to the screen.


Al glaciale stop del pezzo, la voce di Midge, filtrata e telefonica, si appoggia su lividi accordi di strings e ormai la situazione è chiara. Gli Ultravox parlano per immagini, semplici flash del mondo degli anni ’80 e del futuro che sta arrivando:

On a crowded beach washed by the sun, he puts his headphones on.
His modern world revolves around the synthesizer's song.
Full of future thoughts and thrills, his senses slip away.
He's a European legacy, a culture for today.


Un assolo di pianoforte classico (quasi à la Chopin) inserisce una vena prepotentemente romantica e per questo ancora più struggente, conducendo con grazia il pezzo a una conclusione secca e spezzata a metà.
Ma è solo un attimo: il piano di Currie ricomincia nella successiva Private Lives. Dopo poche note dolcemente arpeggiate in cui il pianista sembra suonare solo per sé all’interno di un grande salone vuoto inondato dalla luce di candelabri di cristallo, i drums del canadese Warren Cann battono il tempo e Currie ritorna, moderno e lucente come una sciabola, con un assolo di synth che riprende il tema del piano e lo trasforma in un ululato nel vento. Nel testo di nuovo i temi di una gioventù disperata e decadente insieme, ma striata comunque di eleganza e voyeurismo:

We dance 'til dawn,
As they beat the drums,
For all our private lives.
Close your eyes and use the melody,
Who cares, who stares under the light?


La prima side del disco si conclude con la citata Astradyne, che rapisce e per un attimo allontana dai temi più intimisti per portarci nella celebrazione dei colori della notte e di un cosmo vicino.
La seconda facciata cambia completamente atmosfera: fredda e robotica, parte la drum machine di Mr. X. È la storia impossibile di un’immagine, unicamente mentale, di un uomo inesistente:

He could be a killer or a blind man with a cane,
Perhaps he died in a car crash, years ago.
Right now, it's impossible to tell.

La voce del narratore, sussurrata e profonda, è quella del drummer Warren Cann, che a un certo punto lascia completamente la scena alla viola di Currie, per un assolo visionario e lancinante insieme. Il suono dolce e legnoso della viola ci porta in un’atmosfera sempre più fumosa e indistinta, che a un bel momento lascia spazio alla sequenza ossessiva che apre Western Promise: è un pezzo violento e tra i meno accattivanti del disco, ma dotato di una profonda incisività e passione. È la visione, largamente profetica, della decadenza della cultura orientale, ai cui simboli millenari si sono sostituiti i vuoti stemmi del consumismo, qui rappresentati dalle spoglie di una lattina di Pepsi. La promessa occidentale è dunque quella di riportare il rispetto e la solidarietà a questo oriente umiliato e in qualche modo distrutto:

My Western world gives out her hand,
A victor's help to your fallen land.


Il pezzo termina nella sequenza di poche note di synth da cui aveva avuto inizio, e mentre queste svaniscono nel buio, sopravanza il capolavoro: inizia Vienna, uno dei brani più grandi di tutta la musica electro. La drum machine scandisce un battito lento, quasi da marcia funebre, intervallato da colpi che sembrano tuoni. Una nota di synth, tremula e sospesa nell’aria ghiacciata, mentre il brivido è già assoluto, totale. 

Vienna - dal DVD "Ultravox - The Collection"

Midge, con la sua voce perfetta, scandisce poche parole:

We walked in the cold air.
Freezing breath on a window pane,
Lying and waiting.
The man in the dark in a picture frame,
So mystic and soulful.
A voice reaching out in a piercing cry,
It stays with you until


A quel punto scoppia la magia: il canto si impenna, diventa urlo appoggiato a poche note di piano che risuonano nella notte, fino a scoppiare nel liberatorio “Oh, Vienna”. Dopo la seconda strofa, accade l’incredibile: il pezzo accelera, entrano la viola, poi il violino, poi il pianoforte, a creare il virtuale palcoscenico di un balletto classico che rapisce con la sua dolcezza e malinconia profonde. Quando Midge conclude con “This means nothing to me. Oh, Vienna!”, l’emozione è totale, e io non posso trattenere le lacrime. Anche questo brano si racconta a meraviglia attraverso il suo ispirato video: i quattro Ultravox sono spettatori di un intrigo che si consuma per le strade di una livida città ottocentesca, dentro alle sale di un ricevimento infinitamente snob e decadente, sui palchi di un teatro d’opera che improvvisamente appare dal buio. 

Vienna - dal DVD "Ultravox - The Collection"
 
Vienna - dal DVD "Ultravox - The Collection"  
Vienna - dal DVD "Ultravox - The Collection"

I flash nella notte accompagnano meravigliosamente i colpi che scandiscono le parole “Oh, Vienna”, e alla fine raccontano il dramma di un amante portato alla morte dalla sua passione e dall’ipocrisia borghese.
Vienna - dal DVD "Ultravox - The Collection"
 
Vienna - dal DVD "Ultravox - The Collection"
 
Vienna - dal DVD "Ultravox - The Collection"


Dopo questo pezzo, totale e definitivo, non c’è che un modo per chiudere il disco: tornare all’elettronica secca e veloce di All Stood Still, una song tutta incentrata su immagini della tecnologia e di un imminente olocausto nucleare: dove però tutti avrebbero lasciato spazio al sociale, ecco la vena romantica, disperata ed elegante anche nei momenti più drammatici:

Everyone kissed (We breathe exhaust)
In the new arcade (Of the holocaust)


Sembra quasi un epitaffio, con quel suo “Please, remember to mention me, In tapes you might leave behind” (notare l’eleganza di quel “might”, a non forzare l’ipotetico ascoltatore sconosciuto…), ma in realtà è solo la conclusione di un disco perfetto cui ne seguiranno altri due dello stesso calibro (Rage In Eden del 1981 e Quartet del 1982).
Vienna, rispetto ad essi, è ancora furia, è futuro, è progresso, e potrebbe essere la colonna sonora di un Blade Runner europeo. Un disco che catapultò tutti noi nel nuovo decennio Eighties cancellando tutti ciò che era venuto prima, un disco che coniuga in maniera impossibile energia e classe, potentemente notturno ed elegante.

Dovrei a questo punto andare a Rage In Eden, disco assai più cupo e sofferto: ma lo farò un’altra volta. Dopo che il cuore è ebbro delle emozioni di Vienna, l’unica cosa da fare è spegnere lo stereo e ascoltare il silenzio. Guardo giù la città avvolta nella nebbia…

La vita del giorno, semplicemente, non ha senso.

 


 

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  Commenti (2)
1. Ha! Ha! Ha!
Inviato da Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo website, il 18-12-2008 14:08
Hiroshima Mon amour, oltre a Vienna, tra le favorite.
2. perfezione new-romantic
Inviato da Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo , il 10-05-2009 14:04
condivido ogni respiro del tuo sontuoso intervento. il 24 aprile sono volato a Londra con compagna, figlio, amici degli altri 4 concerti deimiei eroi visti a roma. se ti va..c'è una mia recensione su debaser.it, sembra sia piaciuta perché scrivo cose calde. sempre se ti va..mi trovi su facebook. ciao e complimenti 
 
marco buccellato

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