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“…tornavano da una discoteca” Stampa E-mail
di Hugo Fast   
lunedì 23 ottobre 2006
È domenica e i telegiornali del mattino ci hanno svegliato con la notizia della morte di alcuni giovani in un incidente stradale occorso nella notte. Come sempre in questi casi, ho sentito ancora una volta rimbalzare le espressioni “strage del sabato sera” e  soprattutto “…tornavano da una discoteca”. Sembrerebbe un particolare di cronaca, un elemento di informazione come un altro per meglio dettagliare la notizia: ma non è così. In quel “…tornavano da una discoteca” c’è una sottile insinuazione del giornalista sul fatto che quei poveri giovani sono andati a divertirsi, hanno esagerato e quindi poi questo è quello che succede, ovvio no? C’è uno sfondo di schifoso moralismo d’accatto che vuol collegare in qualche modo la vita notturna e gli incidenti in un nesso di quasi automatica causalità: “Vai in discoteca? Poi ti capita l’incidente, se stavi a casa non ti capitava nulla.” C’è ancora, in questo Paese, un bigottismo trasversale, cattolico e laico che identifica nel divertimento un atteggiamento colpevole, da reprimere e da scoraggiare. Sono quindic’anni che siamo inquinati dalle “mamme anti-rock”, cioè da genitori che non sapendo fare il loro mestiere di trasmettere dei valori ai figli, e non avendo minimamente capito l’evoluzione dei costumi, se la prendono a rampazzo ora con le discoteche ora con Marylin Manson (come se le due cose c’entrassero qualcosa…). Costoro vanno nei programmi televisivi della domenica pomeriggio e delirano di cose inapplicabili, dal chiudere i club alle due a proibire gli alcolici, dal mettere le discoteche nelle zone industriali (“così non disturbano”) a “creare piuttosto qualche bel momento aggregativo di pomeriggio per i nostri ragazzi, magari in un centro commerciale” (uah, uah, uah, basta, un’altra così e muoio strozzato dalle risate…). Chi è giovane sa di essere imprendibile e incomprensibile per la generazione precedente, e di ciò fa uno stile di vita: è sempre successo, e sempre succederà. Il miglior modo di far fare una cosa ai giovani è quello di proibirgliela. Mentre, per non fargliela fare, occorre trasmettere loro dei seri criteri di valutazione che li portino a respingere il male, l’errore, per propria, libera scelta.

“…tornavano da una discoteca” dunque: le statistiche ci dicono che, ogni giorno dell’anno, che sia lunedì o sabato, nella sola Italia circa 15 persone montano in macchina e poi non fanno più ritorno a casa. Piaccia o no, l’automobile è strumento pericoloso, lo sappiamo tutti e ne siamo consapevoli nel preciso momento in cui giriamo la chiavetta: il rischio connesso al suo utilizzo lo sosteniamo volontariamente e scientemente, in cambio degli infiniti benefici che ci dà la mobilità personale. Ogni giorno ci sono incidenti, e chi muore può essere un professionista che andava da un cliente, un padroncino che stava consegnando un pacco, un anziano che andava a farsi un giro a vuoto, una mamma che portava i figli a scuola. Però giornali e telegiornali nazionali non si scomodano quasi mai quando accade uno di questi fatti o, se ne danno conto, non sentono alcun bisogno di sottolineare dove stava andando e da dove stava venendo colui che ha avuto l’incidente. Per i discotecari invece sì, c’è una forma di giudizio sommario e prevenuto che, senza dirlo in chiaro, insinua di alcool consumato a fiumi, bravate da film neorealista, occhi e orecchie storditi da suoni e fumi infernali, mente ottenebrata da ecstasy e cocaine assortite.

Sia ben chiaro: questo non è un articolo per difendere quei deficienti che vanno a ballare, si imbottano come scimpanzè e poi salgono su un’auto-petardo e si schiantano durante una gara notturna con altre macchine guidate da inscimmiati come loro: per costoro nessuno potrà mai avere comprensione ma solo disprezzo. Questo articolo è invece contro qui giornalisti che sottolineano che i giovani morti stanotte “…tornavano da una discoteca”, uccidendoli così un’altra volta con l’insinuazione che abbiano esagerato.
Ci sono discoteche-ghetto, è innegabile: posti da 2-3000 persone in cui scoppiano spesso risse, ci sono dei tamarri ad alfabetizzazione civica pari a zero e di droga se ne consuma a fiumi. Ma ci sono anche posti normali, pieni di ragazzi normali che vogliono solo divertirsi e far circolare un po’ gli ormoni, posti assai meno pericolosi e meno mal frequentati di certe Curve Sud. Posti dove la gente va, scuote un po’ lo scheletro, si lustra gli occhi dietro qualche minigonna o qualche pettorale muscoloso, se del caso vomiticchia qualcosa e poi torna a casa e tutto finisce lì. Quando uno è giovane e ha voglia di far casino che deve fare? Chiamare la zia e andarsi a fare un tea con i biscottini da lei?

Certo, è più facile prendersela con i ragazzi che vanno a ballare invece che con l’anziano che ancora guida anche se è il primo a rendersi conto di non avere più i riflessi a posto, o con il professionista in BMW serie 7 che sfoga le tensioni del suo lavoro piombandoti alle spalle a 180 Km/ora e lampeggiandoti che neanche l’astronave di Star Trek, o con il camionista che per non perdere una consegna si infila nella nebbia più impenetrabile perché “tanto conosce la strada”, o con la mamma in ritardo che deve portare il figlio alla lezione di tennis e sbuca fuori dagli Stop senza fermarsi, inforcando così il primo sfigato in motorino che passava…

È facile dire “…tornavano da una discoteca” e insinuare che le persone per bene non lo fanno. Ma non è serio, non è deontologicamente corretto e, soprattutto, non è rispettoso per chi se n’è appena andato in un modo tanto doloroso quanto inutile.
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